La varietà del cachi Vaniglia o Legna Santa, dessert campano naturale e goloso

Sono molto pregiati quelli dell’Agro Nocerino-Sarnese, luogo di coltivazione e produzione

Annamaria Parlato 22/09/2024 0

Il cachi è il frutto del Diospyros kaki, una pianta della famiglia delle Ebenacee; il nome cachi viene riferito anche alla pianta stessa, che in italiano è detta diospiro, fico del Giappone, o erroneamente, loto. E’ originario della Cina, dove è diffusamente coltivato. Dalla Cina, la coltivazione del cachi si diffuse in Giappone e Corea, dove il frutto divenne un alimento apprezzato e parte integrante della cultura culinaria. L’albero può anche raggiungere i 10 metri d’altezza; la sua chioma di color verde cupo, quasi metallico, lo fa apprezzare, oltre che come albero da frutto, anche come pianta ornamentale. Del resto, prima della sua introduzione in Europa nel XIX secolo, veniva coltivato in rari esemplari nei giardini, principalmente per questo scopo.

Il frutto è particolarmente legato alla tradizione autunnale e invernale italiana e viene consumato fresco o essiccato. In alcune regioni, viene chiamato anche "loto" o "kaki", dal nome giapponese. Le foglie sono ovali, sparse, grandi, acute alle due estremità, e nel tardo autunno, prima di cadere, assumono un caratteristico colore rossiccio. I fiori sono piccoli e hanno una corolla verdastra. I frutti sono vari per colore e forma; per lo più subglobosi, un po' compressi, hanno un colore che comprende le sfumature dall’aranciato al rosso. Resistono attaccati alla pianta anche fino ai primi geli; spiccano allora tra i rami spogli, resistendo anche ai venti più forti, essendo provvisti di peduncoli robusti.

Quelli di alcune varietà hanno polpa succosa e dolce non appena raccolti e quindi possono essere subito consumati; quelli di altre, invece, alla raccolta, sono aspri ed hanno azione astringente per la presenza di abbondante tannino nelle cellule della polpa. Dopo un periodo di conservazione in frutteto, anneriscono e la polpa diventa zuccherina. I cachi sono utilizzati in diverse preparazioni culinarie, dalle marmellate ai dolci, e sono apprezzati anche per il loro elevato contenuto di vitamine, in particolare A e C. Frullando la polpa di cachi con panna o yogurt, si può ottenere un dessert cremoso e delicato. I cachi non astringenti, più sodi, possono essere tagliati a fette e aggiunti a insalate per un tocco di dolcezza. Si abbinano bene con ingredienti come rucola, noci, formaggio di capra o feta, e un condimento a base di olio d'oliva e aceto balsamico.

Anche se meno comune, il cachi può essere usato in piatti salati, come accompagnamento a carni arrosto o formaggi stagionati, dove la sua dolcezza contrasta con i sapori più intensi. In molte culture, il cachi viene essiccato per essere consumato come snack. I cachi essiccati sono una versione concentrata del frutto, con un sapore ancora più dolce, simili a delle piccole caramelle naturali. In Giappone, vengono preparati gli "hoshigaki", cachi essiccati tradizionalmente appendendoli all'aria.

In Campania, la varietà del cachi vaniglia, quando si presenta matura ma non molle, è detta Legna Santa, in riferimento alla membrana interna che ricorderebbe la croce di Gesù o al nocciolo che, se spaccato a metà, conterrebbe una fibra vegetale simile a due mani in preghiera, dette “manine di Gesù”. Il Legna Santa, dalla consistenza piacevolmente croccante, può esser messo sottaceto in barattolo e servito nell’insalata di rinforzo della Vigilia di Natale. Quando invece matura e diventa molliccia, allora con un cucchiaino si può degustare la polpa vanigliata, utilizzata in pasticceria e gelateria. I cachi sono molto energetici e calorici, se consumati in abbondanza costituiscono un toccasana per tutto l’inverno.

Le piante di cachi vaniglia, frutti a volte dimenticati di antichissima coltivazione, resistono ancora nei frutteti di tipo tradizionale, concentrati fra Napoli e Salerno, soprattutto nell'Agro Acerrano-Nolano e Nocerino-Sarnese, oltre che nell'area Vesuviana, che è la zona di origine ed elezione.

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Annamaria Parlato 26/11/2025

Il Biscotto di Castellammare: storia, mistero e identità del capolavoro stabiese
Il biscotto di Castellammare di Stabia è uno dei prodotti più identitari della tradizione dolciaria campana. Semidolce, fragrante, allungato “a sigaro”, nasce nel 1848 dalla creatività della Casa Produttrice Riccardi e, da allora, rappresenta un patrimonio che unisce tecnica artigianale, storia familiare e un’aura di mistero che affascina generazioni. I fratelli Giovanni e Francesco Riccardi, pasticcieri stabiesi, idearono un biscotto semidolce dalla forma allungata e affusolata, simile a un sigaro, così come accadde anche per il nasprino, tarallino ricoperto da un manto di zucchero. La ricetta, basata su una lievitazione naturale lenta e sapiente, diede vita a un prodotto friabile ma resistente, profumato, leggermente zuccherino e riconoscibile dal primo morso, avvolto nella carta gialla e blu (i colori della città). I Riccardi svilupparono un impasto semplice ma tenace, che, dopo una prima cottura, veniva tagliato in senso longitudinale e sottoposto alla fondamentale fase di biscottatura. Questa tecnica, già impiegata nella marineria borbonica, venne da loro perfezionata, tanto che il prodotto fu portato dalla marineria alla quotidianità della borghesia stabiese. Il successo arrivò subito e non fu un caso: Castellammare di Stabia, già all’epoca, era mèta di turismo termale, grazie alle sue celebri acque curative. Il biscotto divenne compagno ideale delle sorgenti stabiesi, in particolare dell’acqua della Madonna e dell’acetosella, perché aveva una qualità non comune: non si sbriciolava quando veniva imbevuto. Questa caratteristica, diventata un marchio di autenticità, ne aumentò la fama e consolidò l’abitudine rituale di consumarlo insieme alle acque minerali, soprattutto d’estate, quando i chioschetti delle terme erano affollati da cittadini e villeggianti. A rendere ancor più affascinante questa storia contribuì la figura leggendaria di Donna Concetta, erede della Casa Riccardi e custode della ricetta originale. Gelosa della preparazione e celebre per il suo carattere inflessibile, era solita allontanare operai e collaboratori nell’ultima fase dell’impasto, quella in cui aggiungeva il misterioso ingrediente segreto che avrebbe reso irripetibile il sapore del biscotto. Questo segreto rimase tale fino alla sua morte: si dice infatti che lo rivelò soltanto a un nipote, senza mai lasciarlo scritto, e che proprio la sua ostinazione nel custodirlo le costò la vita, vittima - secondo la tradizione orale - di un avvelenamento dai contorni mai chiariti. Alla leggenda si unisce la realtà di un prodotto che, perdendo il suo metodo originale, ha visto negli anni nascere diverse varianti: ogni famiglia stabiese e ogni laboratorio storico conserva una propria interpretazione, pur mantenendo gli elementi fondamentali di fragranza, forma e resistenza all’inzuppo. In alcune versioni l’impasto è più asciutto, in altre più dolce; alcuni pasticcieri aggiungono note agrumate, altri puntano su una croccantezza più decisa. Nella gastronomia contemporanea, è perfetto per accompagnare il momento del tè o della cioccolata calda, ma è ottimo se abbinato ai salumi, agli aperitivi con olio e pomodoro, ai formaggi freschi o semi stagionati dei Monti Lattari con il miele. Questa pluralità di ricette non ha però mai intaccato l’aura del biscotto, che rimane una delle preparazioni più rappresentative della tradizione casalinga e commerciale stabiese. Il biscotto non ha solo un valore culinario, ma anche sociale ed economico. Nell’Ottocento accompagnò lo sviluppo del turismo termale, mentre nel Novecento divenne protagonista delle colazioni domenicali e delle merende dei bambini, spesso acquistato nelle storiche botteghe vicino alle terme o nelle pasticcerie del centro. Alcuni stabilimenti balneari della costa stabiese lo offrivano ai clienti, contribuendo a trasformarlo in un segno di benvenuto e identità locale. Ancora oggi, nelle feste popolari e nelle celebrazioni di quartiere, è facile trovare confezioni di biscotti distribuite insieme alle bottigliette delle sorgenti storiche. La sua forza sta proprio nella semplicità apparente: farina, zucchero, burro, vanillina e criscito nelle mani esperte rappresentanti del sapere artigianale che attraversa il tempo. E poi quel segreto, reale o immaginario, che continua a rendere il biscotto di Castellammare un mito gastronomico capace di unire storia, leggenda e tradizione. Assaggiarlo oggi significa entrare in una dimensione sospesa tra passato e presente, tra la ritualità delle antiche terme e l’ingegno di artigiani che, pur reinterpretando la ricetta, mantengono vivo un patrimonio unico della cultura campana. Un biscotto che non si sbriciola, ma anzi tiene insieme tutto ciò che Castellammare è stata e continua a essere.
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Annamaria Parlato 28/05/2025

Castel San Giorgio, Gaetano Cataldo racconta il vino come un'opera d'arte
Nel panorama enologico contemporaneo, la figura del sommelier ha superato i confini della sala e della carta dei vini. Non è più solo colui che serve e consiglia, ma un interprete del gusto, un divulgatore, un ricercatore culturale. Deve conoscere territori, vitigni, linguaggi, abbinamenti, tecniche di fermentazione, ma anche saper comunicare attraverso storie, emozioni e contaminazioni. Oggi il sommelier si trova a dover decifrare un mondo sempre più stratificato, il vino è bevanda e simbolo identitario, sociale, talvolta spirituale. In questo contesto, il profilo di Gaetano Cataldo, originario di Castel San Giorgio, spicca per originalità e visione. Navigatore per mestiere, sommelier per passione, divulgatore per vocazione, ha costruito un dialogo tra il mare e il vino che non è solo tecnico, ma culturale e umano. Ha fondato Identità Mediterranea nel 2016, piccola associazione culturale con la quale ha creato, assieme a Roberto Cipresso, il famoso “Mosaico per Procida”, prima bottiglia a celebrare una capitale italiana della cultura. Nel 2022 ha ricevuto il Premio come Miglior Sommelier dell’anno al Merano Wine Festival (31^ edizione), prestigioso riconoscimento che ha premiato non solo la sua competenza tecnica, ma anche la sua capacità di unire enologia, mare e cultura in un linguaggio originale e profondo. Ha tenuto lezioni e conferenze in Italia e all’estero sul tema del vino come veicolo di dialogo interculturale e nel maggio 2025, ha ricevuto al Senato (Sala Zuccari) il riconoscimento speciale al merito dalla commissione del Gran Premio Internazionale di Venezia. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la sua traiettoria unica e le esperienze che lo hanno reso una voce autorevole e inconfondibile nel panorama vitivinicolo italiano. Nel tuo curriculum si intrecciano il mare e il vino: in che modo l’esperienza da navigante ha influenzato il tuo approccio alla degustazione e alla narrazione del vino? In effetti ho condotto, quasi in parallelo, due vite professionali, diventando ufficiale di navigazione e corroborando le mie skills di sommelier. Molti tendono a vedere slegati i due aspetti, ma in realtà i viaggi attorno al mondo mi hanno messo in condizione di visitare cantine altrimenti irraggiungibili per me all'epoca, di assaggiare vini di ogni continente sul posto e spedirli a casa. Ho scoperto, sperimentato e memorizzato profumi e sapori di cucine lontane, cercando sempre di completare la mia esperienza di visitatore e di sensorialista: si possono visitare tutti i musei e le attrazioni turistiche di un Paese, ma se non si mangia e si beve come fanno i locali, non solo non si entrerà nella loro mentalità e nel loro quotidiano, ma si sarà conosciuto un luogo per metà. Il mare è stato per me una palestra di vita e l'opportunità di conoscere e apprezzare differenze e sfumature di umanità, culture, alimentazione ed enologia. Non sono stati forse i navigatori ancestrali a redistribuire il dna della vite, a globalizzare il marketing del vino ed esportare conoscenza da luoghi lontani? Cosa ne sarebbe stato del Marsala senza gli Inglesi e come sarebbe stato inventato il Madera? Sei stato un pioniere nell’esplorare la relazione tra il mare e il vino ben prima dell’hype dell’underwaterwine: cosa significa per te questa connessione e cosa la distingue dal marketing di tendenza? Il 1 settembre 2011, su Mediterranea Online, usciva "Il Vino e il Mare", dove effettivamente parlavo della profonda relazione tra i due elementi a 360°, motivato anche a dare una risposta alle mie due categorie di appartenenza, i marittimi e i sommelier, riguardo alla coesistenza del vino e del mare, nella mia vita professionale, oltre che come passioni inscindibili. È stato decisamente uno tra i pezzi più fortunati che abbia scritto, anche perché ripubblicato su Vinoway nello stesso anno e, oltretutto, nel 2014 sarebbe stato pubblicato su "Vitae", rivista ufficiale dell'Associazione Italiana Sommelier, su richiesta dell'allora presidente nazionale Antonello Maietta. Quest'ultima fu una sorta di consacrazione come wine writer. Ovviamente, in maniera sottintesa, nel pezzo si parlava di cantinamento e affinamento subacqueo, oltre che di ritrovamenti straordinari, avvenuti sui fondali, e che restituivano alla luce vini perfettamente intatti, prodotti dai Romani secoli prima, grazie alle attività di archeologia marina. Al di là delle tendenze del marketing, il pezzo voleva rimarcare quanto il mare fosse oggettivamente la cantina perfetta. Si deve considerare che la temperatura e l'umidità costanti e l'assenza di luce a certe profondità sono le condizioni ideali per una maturazione lenta e regolare. Inoltre è bene anche considerare che la pressione che la colonna d'acqua esercita sulle bottiglie immerse favorisce la solubilità dei composti aromatici e, nel caso di spumantizzati, ne migliora il perlage. Oggi la pratica del cantinamento subaqueo è per certi versi inflazionata e rischia di apparire tale anche quando produce i suoi effetti sul vino: occorre sempre ancorare gli "underwater wines" a solide motivazioni di tipo culturale e usarlo come opportunità per studiare il comportamento di specifici vini monovarietali che vi vengono sottoposti. Hai assaggiato vini in ogni parte del mondo: c’è un sorso che ti ha fatto capire che il vino è molto più di una bevanda? Si, tutte le volte che con l'equipaggio ci siamo riuniti attorno a una bottiglia di vino per semplice allegria, piuttosto che contestualizzarne il sapore attraverso la cultura del Paese di origine o per scoprire come ci stava su una data ricetta, provandolo poi con numerose altre. Il vino pertanto è molto più di una bevanda, a partire dal confronto che si crea attorno a esso; un confronto tra colleghi, amici e specialisti del settore: la platea trasversale di pubblico internazionale con cui si ha a che fare quando si lavora su navi da crociera ha dell'incredibile e, per me, ha costituito senz'altro un booster esperienziale decisivo per il mestiere di sommelier. In un sorso di vino ci si può perdere, tanto è la complessità, ci si può ritrovare, in quanto è capace di riaccordare l'animo e farci fare pace col mondo. Un sorso di vino è cultura, calore familiare, eleganza contadina, erudizione comunicativa, evocazione paesaggistica e molto di più. Ai sorsi ho mescolato i luoghi che me li ricordano, quindi cito questi ultimi con affetto e in ordine sparso: Atene, Izmir, Alessandria d'Egitto, Port Said, Mandelieu-la-Napoule, Barcellona, Fira, Singapore, Callao, Dublino, New Orleans, Vitória, Richard's Bay, Murmansk, Manila, Venezia, La Coruña, Baton Rouge, Kashima, Milazzo, Juneau, Istambul, Kotor, Cabo San Lucas, Dublino. Ma nella "cantina dei ricordi" c'è molto altro che lega il sorso al viaggio. Con Identità Mediterranea hai intrecciato cultura, spiritualità e gusto, arrivando a consegnare il "Mosaico per Procida" anche nelle mani di Papa Francesco. Quale ricordo personale ti lega a quel momento e cosa hai visto negli occhi di un pontefice che oggi non c’è più? Identità Mediterranea è diventata ormai come una figlia, la fondai nel 2016 e grazie a questa associazione abbiamo fatto cose incredibili e sempre, è proprio il caso di dirlo, nella maniera più francescana possibile: mostre, annulli filatelici, convegni, serate di degustazione, formazione e wine tour, non ultimo l'esperienza di aver ideato, con l'amico Roberto Cipresso, "Mosaico per Procida", primo vino in assoluto a celebrare una capitale italiana della cultura. Il ricordo del 28 settembre 2022 (foto in fondo all'articolo, ndr) è decisamente molto vivo in me: l'occasione di portare la bottiglia celebrativa a Sua Santità è stata un'esperienza di grande impatto emotivo. A nome dell'Isola di Arturo portai un formato magnum di Mosaico per Procida, diventando di fatto il primo sommelier, fuori dalle mura vaticane, a essere ricevuto da un Pontefice durante un'udienza generale; oltre ad essa anche una serigrafia acquerellata a mano, effigiante "inCanto diVino" di Carolina Albano, da cui è nata l'etichetta del Mosaico. Ricordo che Papa Francesco esclamò "un vino, che bello! Che bella bottiglia!", con la voce mite e il tono affettuoso di chi dispensa caramelle a un bambino, con uno sguardo curioso e quasi fanciullesco. Dopo avergli illustrato i motivi del dono e il progetto, mi accomiatai citando rispettosamente il Nolano: non è la materia a generare il Pensiero, ma il Pensiero a generare la materia. E questo perché Mosaico per Procida è stato appunto un progetto tanto eversivo quanto francescano, perchè fatto senza scopo di lucro e controcorrente. Sei stato il primo a teorizzare il legame tra sake e Dieta Mediterranea: cosa ti ha spinto a esplorare questa frontiera e quali connessioni hai scoperto tra le due culture? Mi piace sempre esordire, a proposito di sake, dicendo che Dioniso è stato anche in Giappone. La mia generazione è cresciuta guardando i cartoni giapponesi, ho sempre avuto una passione per le arti marziali e per la cultura dell'Estremo Oriente, anche a partire dalla lettura del "Libro dei Cinque Anelli" di Miyamoto Musashi. I primi viaggi in Giappone, tra il 2001 e il 2002, quando imbarcavo sulle navi da carico, non hanno fatto altro che confermare la forte passione per questo Paese, anche se ero a digiuno, o quasi, di ciò che so oggi sul sake giapponese. Posso dire anzitutto che Italia e Giappone sono imbrigliati pressoché nella stessa fascia di latitudine, hanno un periplo costiero molto rilevante, oltre ad essere Paesi sismici e vulcanici. Entrambe le culture, anche se quella nipponica in maniera più riservata, sono solite dare il benvenuto a tavola ed hanno un legame stretto con il cibo. Ho cominciato a studiare sake verso il 2015 e a berlo un po' prima, diventando sake sommelier nel 2017 con la Sake Sommelier Association, eravamo pochissimi in Italia all'epoca. Fino ad oggi ho anche fatto docenze per la Scuola Italiana Sake e contributo per tutte e quattro le edizioni ai "Sake Days" che si tengono in ottobre a Firenze; inoltre ho tenuto ben 3 relazioni per alcune delegazioni dell'AIS, tra Salerno e Bologna, accendendo il tema giù da noi e farci serata, in maniera inedita, al Wip Burger & Pizza di Nocera Inferiore, dimostrandone le possibilità di abbinamento con la tonda mediterranea. Infatti ho esperito molto attraverso assaggi di ricette e prodotti appartenenti al nostro modello alimentare con il fermentato di riso, con ottimi risultati, e arrivando a scrivere diversi articoli in cui tratto appunto il match con pizza, salumi, formaggi e ostriche. Senza dilungarmi troppo posso affermare serenamente che sake e Dieta Mediterranea stanno bene insieme perché gli ingredienti delle nostre rispettive cucine sono omologhi, benché diversi, e presentano in molti casi il fattore umami, che è la principale chiave di volta per procedere nell'abbinamento. Il titolo di “miglior sommelier dell’anno” al Merano Wine Festival nel 2022 è stato un riconoscimento importante a livello nazionale: ma viene davvero apprezzato nel tuo territorio, a Castel San Giorgio? Ti senti valorizzato a casa tua? Devo dire che c'è stata una certa avidità di inchiostro da parte di gente che pretenderebbe di ritrarre territori e fare comunicazione, ma sappiamo bene quanto sia fazioso e scadente il giornalismo nelle nostre aree, specie quello enogastronomico, e quanto rappresenti una sorta di propaganda "motu proprio"; poi, vallo a capire perché taluni si reputano pure enogastronomi e provetti assaggiatori. Il punto non è questo però, sappiamo cosa diceva Totò a proposito del fatto che questa terra non ci perdona il successo, e inoltre bisogna sopportare umanamente invidie, gioie e dolori; il fatto è che quando omettiamo di raccontare certe cose ne muore il territorio stesso, ne fa le spese perché non abbiamo riportato quell'esempio valido che potrebbe ispirare altre persone a fare qualcosa di utile per questo nostro Agro Nocerino-Sarnese e per la Campania in generale. Ci tocca continuare a tirare l'aratro e non pensarci: c'è tanto ancora da fare qui e una buona semina deve poterne uscire fuori, il resto è sotto il naso di tutti, il vento non lo fermi e i circoletti degli amici degli amici cominciano a sapere di stantio e di retrogrado. A Castel San Giorgio in particolare devo dire che, tralasciando i giornalini e rispetto al "Nemo Propheta in Patria", c'è stata una inversione di tendenza: l'amministrazione comunale si è sempre ben spesa verso me, non sono mancati i riconoscimenti e le attestazioni di stima. Magari un giorno finisce che mi si inviti pure alla "Notte del Rosso". Qualcuno dovrebbe poter capire che fare rete e gioco di squadra è fondamentale oggi, se vogliamo appunto far rinascere i nostri territori senza personalismi. Ciò che mi tengo stretto e che mi giova al cuore è che tutti i miei concittadini e amici mi vogliono un gran bene e non perdono occasione di complimentarsi con me per le mie attività, facendomi puntualmente arrossire: in fondo, chi mi conosce sa che sono da sempre il ragazzo della porta accanto e che non mi sono mai montato la testa. Evidentemente il vero successo è proprio questo: avere l'affetto delle persone vicino a te e che, avendoti visto crescere, ti accettano con tutti i pregi e i difetti. Se dovessi stappare una bottiglia che ti rappresenta oggi, quale sceglieresti e con chi vorresti condividerla, magari in riva al mare? Al di fuori di Mosaico per Procida, cui debbo mille fantastiche avventure, il vino che più mi rappresenta è quel rosso che richiede tempo per smussare le spigolature del proprio carattere e l'irruenza giovanile, insomma un vino che, bevuto di anno in anno, dimostra di migliorare con il tempo. Certo, sarebbe un peccato non bere in compagnia, anche perché di amici vecchi e nuovi, sempre pronti ai falò estivi e a incrociare i calici, certo non ne mancano. Ma chi può dirsi veramente solo con una buona bottiglia di fronte al mare? Detto ciò, a parte gli appuntamenti con i propri pensieri, la vita è bellissima e piena di sorprese, sempre pronta a riservarci incontri speciali. Cataldo è un sommelier che ha navigato davvero, dentro e fuori dal bicchiere. Le sue parole restituiscono una visione ampia, colta e poetica del vino. Un vino che attraversa mari, si mescola alle culture, dialoga con il presente e guarda al futuro senza perdere le radici. Un vino che racconta la vita, come le rotte che ha tracciato in giro per il mondo. Perché, in fondo, come dice lui, “la cosa più bella è condividere una storia. E un sorso di verità”.
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Annamaria Parlato 29/10/2025

Nocera Inferiore, da WIP l'autunno nel padellino: un racconto dolce e salato
Tra profumi di zucca, castagne e mele caramellate, la Pizzeria WIP di Nocera Inferiore trasforma l’autunno in un racconto di gusto. Due padellini in doppia cottura - fritta e forno - uniscono tradizione campana, sensibilità contemporanea e ricerca tecnica, offrendo un modo originale di vivere il weekend dei morti e Halloween con i sapori autentici dell’Agro Nocerino-Sarnese. Al forno, come sempre, il maestro Riccardo Faiella con il suo giovane team di aiutanti. Il primo padellino ("sfumature autunnali") è un ritratto di stagione che profuma di bosco e campagna. La base, fritta e poi passata in forno, si riveste di crema di zucca vellutata, zucca spadellata ai porcini e timo, mousse di castagne, provola di Agerola e pecorino al peperoncino. In bocca, la dolcezza della zucca incontra la terrosità del fungo porcino e la rotondità della castagna, mentre la provola lega i sapori con la sua nota affumicata e il pecorino piccante dona ritmo e lunghezza gustativa. Il finale è affidato al basilico fresco, che illumina il palato e restituisce un tocco verde e aromatico. Un padellino che racconta la Campania autunnale con equilibrio, calore e profondità sensoriale: comfort food d’autore, tra tecnica e memoria. Il secondo padellino, invece, nasce in occasione dell’Oktober Fest e rappresenta la parte più innovativa della proposta WIP. Qui l’impasto diventa il vero protagonista: una miscela di farine tipo "0", saragolla, Senatore Cappelli e un tocco di segale, completamente idratata con birra Urtyp, dal carattere deciso e aromatico. Note di cereali e sapore dominato dal malto, con una lieve punta di amarognolo che rimane anche nel retrogusto. La carbonatazione è media, così come il corpo. L’utilizzo di malto Munich, prevalentemente di provenienza continentale, dona il caratteristico aroma e colore. Come spiegano i titolari, Domenico Fortino e Lorenzo Oliva, la birra sostituisce totalmente l’acqua, regalando alla base una personalità intensa e profumata. La lavorazione prevede una prima cottura al vapore, che preserva umidità e leggerezza, seguita da una rigenerazione in forno statico, necessaria per ottenere una struttura friabile ma soffice, perfetta per accogliere la farcitura dolce senza perdere equilibrio. Sulla superficie, così preparata, si adagiano una crema pasticcera setosa e mele caramellate alla cannella, che si fondono con una crema di nocciole come farcia, infine una pallina di gelato fior di panna del Gran Caffè Romano di Solofra al centro della composizione, eccellenza artigianale irpina che dona un contrasto termico e una pulizia lattica al palato. Il risultato è un dessert complesso ma armonioso, dove il calore del padellino incontra la freschezza del gelato, in un gioco di temperature e consistenze che richiama i dolci da birreria del Nord Europa, ma con materie prime e sensibilità mediterranee. Con questi due padellini, WIP firma un doppio racconto d’autunno: uno salato, come omaggio all’entroterra campano, e uno dolce, nato dal dialogo tra birra, lievitazione e pasticceria. Un modo originale di celebrare Halloween e il weekend dei morti con piatti autentici, tecnici e identitari, che uniscono la convivialità della pizza alla raffinatezza della ricerca gastronomica. Un autunno da vivere in pizzeria, tra creatività e piacere. Nelle foto in basso, uno spicchio del padellino salato e il padellino dolce
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