Lo street food dell'Agro nocerino-sarnese per eccellenza: 'o pere e 'o musso

Anticamente i piedi e le zampe dei bovini potevano essere consumati solo in strada

Annamaria Parlato 18/06/2024 0

Lo street food è una pratica culinaria diffusa in tutto il mondo ed oggi ha assunto anche valore di aggregazione sociale e riscoperta di antichi sapori, tipici di uno specifico territorio. In Campania, questo modo di mangiare ha una radicata storia e da Napoli si è irradiato su tutto il territorio regionale, con varie prelibatezze, preparate con prodotti di grande qualità. Su antichi trattati di ricette gastronomiche italiane, si legge che, dalla fine del settecento, i poveri bollivano i piedi e le teste dei bovini, poi li mangiavano accompagnati da salse, ottenendo pietanze che piacevano anche ai ricchi.

Anticamente, i piedi e le zampe dei bovini potevano essere consumati solo in strada, il venditore era chiamato “o carnacuttaro”, ossia il venditore di carni cotte. Da qui nasce l’usanza di consumare 'o pere e 'o musso, soprattutto nell’Agro nocerino-sarnese, in particolare a San Valentino Torio, sino ai paesi costieri, per la provincia di Salerno. Oggi i clienti possono acquistarlo in tutte le stagioni dell’anno anche presso rivenditori, tagliato in listarelle sottili, spesso viene accompagnato a pezzi di trippa cotta con olive, finocchi e lupini, nella carta oleata modellata come un “cuoppo” con il palmo della mano o in apposite vaschette di plastica, il tutto condito con sale e limone e talvolta un pizzico di peperoncino. Usato a volte tra le pietanze presenti nei banchetti nuziali, è cibo che fa tendenza.

Il prodotto rientra nella categoria “ready to eat” (reg. 2073/05) e consiste ('o musso) nella parte anteriore del cranio, comprendente il labbro superiore ed inferiore, le narici, la mascella, ancora ricoperti di pelle. 'O pere invece è costituito dalla porzione di piede compresa tra la prima e la terza falange, privata dello zoccolo, sempre con la pelle. La tecnica di lavorazione la si può dividere in due fasi principali: scottatura e depilazione, cottura e raffreddamento. Queste parti anatomiche vengono lavate, messe a mollo, scottate, depilate e poi per due o tre ore vengono cotte a 98 °C.

Una volta raffreddati, all’esterno i pezzetti si presentano di colore più o meno chiaro, si riconoscono le strutture cartilaginee traslucide, le strutture muscolari rosa scuro e al tatto non sono viscide. Il profumo è delicato, sa di carne cotta ed il sapore non è mai deciso, ma leggermente fresco. Ai sensi del Decreto Legislativo 537/92, ed ora registrati ai sensi del Reg. CE 853/04, gli stabilimenti per la produzione del prodotto a base di carne bovina sono tutti autorizzati.

Le modifiche al Reg. CE 853/04, apportate dal Reg. CE 1662/2006 del 6 novembre 2006, hanno introdotto delle novità positive nel settore, tanto che si è consentito di non scuoiare le teste dei vitelli, il muso, le labbra e le zampe dei bovini, in modo da facilitare la lavorazione ed il commercio anche al di fuori dei macelli. In Campania 'o pere e 'o musso resta e resterà il protagonista di feste, sagre e bancarelle estive. Un cibo povero ma squisito, irrorato di sale dall’ambulante, che da un lungo corno bucato all’estremità, con una gestualità che ricorda atavici riti, lo fa cadere copioso e lo spruzza di alcune profumate gocce di limone della Costiera Amalfitana.

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Annamaria Parlato 28/07/2025

L'albicocca vesuviana: oro dolce tra area vulcanica, Agro e Pompei
La pellecchiella del Vesuvio a Presidio Slow Food, o albicocca vesuviana, è un frutto antico e prelibato, cresciuto e maturato nelle soleggiate terre vulcaniche della Campania, oggi giustamente vanto regionale e protagonista riconosciuta del Presidio Slow Food. In dialetto sono dette “crisommole”, un termine affascinante che richiama l’etimologia greca alessandrina e sottolinea il legame millenario tra Mediterraneo e cultura contadina. L’albicocco, originario dell’Asia centrale e appartenente alla famiglia delle Rosacee, ha trovato nel suolo vesuviano e nelle fertili pianure dell’Agro Nocerino-Sarnese un habitat ideale. La Campania detiene il primato nazionale per la produzione e l’esportazione di albicocche, con una media annua di 50-60mila tonnellate coltivate in particolare nel territorio di Sant’Anastasia, noto anche per la presenza del miracoloso Santuario della Madonna dell’Arco, meta del tradizionale pellegrinaggio dei fujenti battenti nel lunedì in albis. La maturazione delle albicocche vesuviane avviene a partire da metà giugno e le varietà note sono più di quaranta, spesso identificate con nomi dialettali come Boccuccia liscia, S. Castrese, Palummella, Boccuccia spinosa, Fracasso, Vitillo, Portici, Ceccona. La più nota tra queste è la Pellecchiella, che si distingue per la buccia vellutata, il colore dorato con sfumature rosse e la polpa dolce, carnosa e poco amarognola, ideale per la trasformazione in confetture, nettari, liquori e frutta sciroppata. Le albicocche vesuviane sono anche citate da Gian Battista Della Porta nel 1583 nella sua opera “Suae Villae Pomarium” con i termini “bericocche” o “crisomele”; e ancora nel 1845 in “Breve ragguaglio dell’Agricoltura e Pastorizia del Regno di Napoli” come una delle piante più diffuse nel territorio napoletano dopo il fico. Oggi la coltivazione si è estesa anche nei territori dell’Agro Nocerino-Sarnese, in comuni come San Marzano, Pagani, Scafati, Angri e Nocera Superiore, dove il microclima, la ricchezza d’acqua e la tradizione frutticola rendono questa zona complementare e strategica per la produzione. Anche a Pompei, accanto agli scavi e ai vigneti, le albicocche vesuviane vengono coltivate in piccoli appezzamenti, spesso tramandati da generazioni. E proprio a Pompei, qualche anno prima della catastrofica eruzione del 79 d.C., vennero importate dall’Oriente nuove specie fruttifere tra cui il ciliegio, l’albicocco e il pesco. Gli ortaggi venivano conservati in salamoia o in aceto per affrontare l’inverno, mentre la frutta – tra cui le albicocche – si essiccava al sole o si immergeva nel miele, un metodo di conservazione che ne esaltava il profumo e la dolcezza. Il frutto si presenta carnoso e molto profumato, con buccia vellutata e un nocciolo ovale che racchiude un seme a mandorla. Ricco di potassio e carotene, favorisce l’abbronzatura e contribuisce all’apporto di vitamine A e C, rivelandosi ideale per l’idratazione nei mesi caldi. In cucina le albicocche vesuviane sono protagoniste di una straordinaria varietà di preparazioni dolci e salate: dalle classiche crostate con confettura artigianale ai biscotti farciti, fino alla cassata rustica e ai cornetti da colazione. Ma trovano spazio anche in piatti salati: abbinate a formaggi stagionati come pecorino o caciocavallo, alla pizza oppure trasformate in salse agrodolci per carni bianche o selvaggina. Alcuni chef le utilizzano in riduzioni per pesce, in emulsioni per tartare o come ripieno creativo per ravioli vegetariani. Per la qualità del frutto, e per i metodi di coltivazione ancora in gran parte manuali e tradizionali, è stata avviata la richiesta per il riconoscimento comunitario del marchio IGP. Una ricetta semplice, adatta ai bambini e perfetta nelle giornate di mare è quella delle merendine con confettura di albicocche vesuviane e cioccolato bianco: si prepara un soffice pan di Spagna, si taglia in piccoli rettangoli, si bagna leggermente con acqua e zucchero, si farcisce con marmellata di albicocche, si chiude come un tramezzino e si decora con cioccolato bianco fuso a bagnomaria con un po’ di latte. Una merenda fresca, priva di conservanti, che profuma d’infanzia e d’estate, ideale sotto l’ombrellone, quando le madri inseguivano i figli sulla sabbia per far mangiare qualcosa tra un tuffo e l’altro. L’albicocca vesuviana è un simbolo di identità, memoria e sapienza contadina, un patrimonio da proteggere con orgoglio e da raccontare con amore.
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Redazione Sarno 24 20/06/2025

Sapori della Costa d'Amalfi e tipicità dell'Agro al WIP di Nocera Inferiore
Martedì 24 Giugno, alle 20:00, al Wip Burger & Pizza di Nocera Inferiore l'evento "Spicchi d'Autore e Piatti Creativi", in cui le prelibatezze dedicate alla Divina Costiera e ai Monti Lattari saranno abbinate a 3 vini eccellenti. Ospiti d'onore Marisa Cuomo e Andrea Ferraioli della storica cantina di Furore che ha reso celebre la Campania enologica in tutto il mondo. A presentare la serata Gaetano Cataldo, founder di Identità Mediterranea e giornalista enogastronomico, che nella sua veste di miglior sommelier al Merano Wine Festival condurrà gli ospiti in un viaggio sensoriale, attraverso la degustazione dei vini delle cantine Cuomo e i sapori della Costiera Amalfitana, coniugati dai maestri pizzaioli Domenico Fortino, Riccardo Faiella e dal resident chef Alfonso Rega. A collaborare con il Wip saranno Francesco Pepe con il fusillo sangiliano, Carlo D'Amato con i Sapori di Corbara, Antonio Mennella di Madonna degli Ulivi, Gennaro Fusco di Fior d'Agerola, insieme a Lello e Gianfranco Romano del Gran Caffè Romano. La media partnership è di Nello Ferrigno.
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Annamaria Parlato 19/10/2024

Da Nuceria Paganorum all'araldica, la noce è alimento nobile nell'Agro
Nocera dei Pagani, o Nuceria Paganorum, era il nome di una civitas esistita tra il XVI secolo e il 1806, comprendente l'attuale territorio di cinque comuni: Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani, Sant'Egidio del Monte Albino e Corbara. Questo territorio faceva parte dell'antica Nuceria Alfaterna e in passato aveva dominato la piana del Sarno, arrivando fino a Stabia e Pompei. Il nome "Nocera dei Pagani" appare per la prima volta nel XVI secolo, legato alla famiglia Pagano, signori del borgo medievale di Cortimpiano (oggi Pagani). La crescente importanza della famiglia portò al cambiamento del nome da Nocera dei Cristiani a Nocera dei Pagani. La civitas di Nocera dei Pagani era divisa in due dipartimenti: Nocera Soprana, comprendente i casali che avrebbero dato origine a Nocera Inferiore e Nocera Superiore, e Nocera Sottana, composta dalle università di Sant'Egidio, Pagani e Corbara. Queste università (equivalenti ai Comuni odierni) godevano di autonomia politica ed economica, con sindaci, parlamenti e magistrati propri. Ogni anno, in agosto, gli abitanti maschi maggiorenni eleggevano in assemblea un sindaco e alcuni membri, equiparabili agli attuali assessori. Nocera Sottana, inoltre, eleggeva un sindaco universale che, insieme ai due sindaci universali di Nocera Soprana, formava un triumvirato responsabile delle questioni comuni alla confederazione. Ciascuna università possedeva un proprio demanio, costituito da case, terre e boschi, oltre a un demanio comune alla città, composto principalmente da selve che occupavano gran parte del territorio. Nelle selve il noce era la cultivar predominante assieme alla quercia, tanto da assumere una certa importanza sia nell’economia locale sia nella storia dei comuni, attraverso l’araldica. A Sant’Egidio del Monte Albino, a partire dal XVI secolo, avveniva l’elezione del Sindaco, dopo il saluto del rappresentante del Governatore della Città di Nocera, dinnanzi alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, col sistema delle fave e delle noci deposte in un sacchetto sul sagrato dell’Abbazia di Santa Maria Maddalena in Armillis. Lo stemma di Nocera dei Pagani ha una lunga e complessa storia legata all'evoluzione del territorio e delle sue comunità. Il simbolo principale è un albero di noce sradicato, che rappresenta un tipico esempio di "stemma parlante", dove l'elemento araldico richiama il nome del luogo o della famiglia, in questo caso il noce (latino: nux) e Nocera. Tuttavia, il nome Nocera ha un'etimologia diversa, legata probabilmente all'antico nome della città romana Nuceria Alfaterna. L'uso dello stemma con l'albero di noce risale ufficialmente al XVI secolo, ma la sua origine è più antica. Lo stemma, infatti, deriverebbe dal blasone della famiglia dei Conti di Nocera, un'importante casata locale nata dai Dauferidi nel XI secolo, che governava su vaste porzioni del territorio. La rappresentazione dell'albero di noce nello stemma divenne quindi il simbolo identificativo della città di Nocera dei Pagani. Esistono diverse versioni dello stemma, riportate da vari autori. Il De' Santi, nella sua opera "Memorie delle famiglie nocerine", descrive lo stemma originale come uno scudo dorato con un albero di noce al naturale. Tuttavia, una versione più diffusa vede lo stemma su fondo azzurro, con frutti d'oro pendenti dai rami. Un'altra versione dello stemma, riportata da Monsignor Lunadoro e dal Maruggi, raffigura una donna in abito purpureo che ferisce con un ferro un giovane addormentato in un letto, richiamando un racconto del greco Dositeo, riportato da Plutarco, sulle origini di Nocera. Questa versione è meno certa storicamente. Lo stemma di Nocera dei Pagani si è poi evoluto, dando origine agli stemmi attuali delle città nate dalla suddivisione di Nocera dei Pagani, tutti con l’albero del noce: Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani e Sant'Egidio. Rappresentazioni scultoree dello stemma con il noce si trovano in vari luoghi storici del territorio, tra cui edifici religiosi e civili a Nocera Inferiore, Nocera Superiore e Pagani, come la chiesa del Corpo di Cristo, il Convento di Santa Maria degli Angeli e il campanile del Convento di Sant'Antonio. Oggi la noce è un prodotto largamente diffuso sul territorio dell’Agro e la varietà utilizzata è quella Sorrento. Conosciuta per la qualità del suo frutto e per le sue eccellenti caratteristiche organolettiche, la Sorrento ha una lunga tradizione di coltivazione in Campania, tanto da essere diventata un simbolo dell'agricoltura locale. Ha una forma ovale allungata, con un guscio sottile ma resistente, che la rende facile da rompere. La dimensione è generalmente media, ma il frutto risulta di alta qualità. Il guscio è chiaro, liscio e uniforme, particolarmente apprezzato per la facilità con cui può essere aperto. Il gheriglio (la parte commestibile) è di colore chiaro, di forma regolare e si stacca facilmente dal guscio. Ha un sapore delicato, leggermente dolce e molto piacevole, ricco di oli essenziali che conferiscono un aroma caratteristico. Il gheriglio di questa varietà è particolarmente apprezzato perché si presenta integro dopo la rottura del guscio, una caratteristica importante per il consumo diretto e l’uso culinario. Questa varietà è molto apprezzata sia per il consumo diretto, sia nell’industria dolciaria e gastronomica. Le noci Sorrento vengono utilizzate nella preparazione di dolci tradizionali campani, come le torte di noci, ma anche in liquori e condimenti. Grazie al suo sapore delicato, la noce Sorrento si presta bene anche a essere abbinata a formaggi, insalate e piatti a base di carne. Le noci erano spesso consumate al naturale, sia fresche appena raccolte (periodo settembre-ottobre), sia dopo l’essiccazione. La noce fresca era più morbida e dal sapore delicato, mentre quella secca aveva una consistenza più croccante e poteva essere conservata per lunghi periodi, soprattutto durante i mesi invernali quando gli altri alimenti freschi scarseggiavano. La capacità di conservarsi a lungo le rendeva una risorsa importante nelle dispense delle famiglie. Le noci, oltre ad essere apprezzate per il loro valore alimentare, erano un tempo protagoniste di vari giochi tradizionali praticati dai bambini, soprattutto in contesti rurali. Il noce ha una presenza significativa nella letteratura e nella poesia di varie epoche, spesso simbolo di saggezza, fertilità, mistero e longevità. Esempio significativo le poesie di Giovanni Pascoli, incluse nella raccolta "Primi Poemetti", in cui il noce diventa simbolo di protezione familiare e rifugio sicuro sotto cui la vita continua il suo ciclo naturale. Le poesie riflettono il tema pascoliano della "memoria dell'infanzia" e del ritorno alle radici, dove il noce è testimone delle vicende umane e parte integrante di un paesaggio che è al tempo stesso fisico e interiore. Grazie alla sua figura imponente, il noce è stato associato anche a leggende e miti, in particolare quelli legati alla magia e alla stregoneria. Sempre in Campania, il celebre "Noce di Benevento" è un simbolo leggendario legato a storie di streghe e riti esoterici. Le streghe si radunavano, secondo la tradizione, sotto l'ombra di un grande noce per celebrare i loro sabba.
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