Non solo pomodori, la bietola a Sarno è una coltura di tradizione

Da apprezzare nel pasticcio di fusilli sangiliani con besciamella di patate, formaggi e cotto

Annamaria Parlato 30/09/2025 0

La bieta, nome comune della “bietola da coste”, è la beta vulgaris varietà Rapa forma Cicla, uno degli ortaggi da foglia più diffusi. È nativa dell'Europa meridionale, dove cresce spontanea nella regione del Mediterraneo. Ne esistono numerose varietà, dato che si coltiva in tutte le zone temperate del mondo. La pianta è molto simile a quella della barbabietola vera e propria, ma presenta foglie commestibili, molto ampie, a nervatura mediana grossa, carnosa e tenera, bianca o porporina: le cosiddette “coste”, che si consumano cotte e condite in svariati modi. Si raccolgono anche i giovani grumoli di foglie: le “erbucce” o “erbette”, che pure si impiegano in cucina. E’ ricca di vitamine, fibre, acido folico, sali minerali, carotene e acido ossalico.

Un ruolo di rilievo lo ha l’Agro nocerino-sarnese, e in particolare il territorio di Sarno, dove la coltivazione della bieta è molto diffusa. Qui, accanto a pomodori e ortaggi, celebri in tutto il mondo, la bietola rappresenta una coltura di tradizione che arricchisce l’economia agricola locale. I suoli fertili di origine vulcanica e l’abbondanza d’acqua rendono queste terre particolarmente adatte alla crescita rigogliosa della pianta, che viene raccolta in più cicli durante l’anno.

La bieta si presta nella preparazione di ricette prevalentemente salate, di cui la più classica è quella delle biete saltate in padella con aglio, olio e peperoncino, un valido contorno. Una maniera alternativa invece è quella di presentarle come ripieno di uno sformato di fusilli all’uovo, in una rivisitazione “in bianco” del tradizionale primo piatto a base di ragù, ideale nel periodo autunnale e con l'apprestarsi dei primi freddi.

Si vuole suggerire al lettore infatti una ricetta di “pasticcio di fusilli sangiliani con biete, besciamella di patate, formaggi e prosciutto cotto arrosto”. Tra gli ingredienti per circa 6 persone occorrono: 500 gr. di fusilli all’uovo fatti in casa, 500 gr. di patate a pasta gialla, 1 bicchiere di latte intero, q.b. di sale, pepe e noce moscata, q.b. di burro, 250 gr. di formaggi misti grattugiati (parmigiano, grana e provolone del monaco), 200 gr. di prosciutto cotto arrosto, 400 gr. di biete già precedentemente sbollentate e ripassate in padella con poco olio, 100 gr. scamorza affumicata.

Per assemblare lo sformato bisogna per prima cosa munirsi di una pirofila, che sarà il contenitore della pietanza. Poi si deve preparare una besciamella non molto densa, utilizzando le patate, il latte, il burro, il sale e la noce moscata, molto simile ad un purè. I fusilli all’uovo vanno cotti in acqua bollente e tenuti da parte. La pirofila va sporcata alla base di besciamella di patate, su di essa va adagiato un primo strato di fusilli, conditi con biete ripassate, mix di formaggi, scamorza affumicata, prosciutto e altra besciamella. Così si va avanti, alternando e creando diversi strati sino a copertura. A completare, sull’ultimo strato vi sarà una spolverata di formaggi, una noce di burro e del pepe macinato al momento. Tutto si fa cuocere poi in forno statico a 200 gradi per 15-20 minuti, sino a doratura desiderata.

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Annamaria Parlato 14/02/2025

San Valentino Torio, polpette di carote per la festa degli innamorati
San Valentino Torio, piccolo comune dell'Agro nocerino-sarnese, porta nel suo nome il legame con il santo degli innamorati. San Valentino, vescovo di Terni, vissuto nel III secolo d.C., è noto per essere il protettore degli innamorati. Secondo la leggenda, benedisse l'unione tra una giovane cristiana e un legionario pagano, sfidando le rigide leggi dell'epoca. Il suo martirio avvenne il 14 febbraio del 273 d.C., data in cui oggi si celebra la festa dell'amore in tutto il mondo. La cittadina invece, ad economia prevalentemente agricola, assunse la denominazione attuale solo nel 1863, quando, per Decreto Regio del 22 gennaio, le si diede l’appellativo Torio per distinguerlo da San Valentino in Abruzzo Citeriore. E’ dal 1963 che a San Valentino Torio viene custodita gelosamente una reliquia del Santo di Terni (braccio destro) in una teca d’argento del XVI, donata dai duchi Capece Minutolo alla chiesa di San Giacomo, ubicata proprio nel centro cittadino. La Festa degli innamorati venne istituita nel 496 da Papa Gelasio, per abolire il rito pagano delle “Lupercalia”, che si svolgeva in onore del dio Fauno (in latino Lupercus), protettore del gregge ovino e caprino dall'attacco dei lupi. L’accezione romantico-cortese della festa si ebbe nel Medioevo, forse grazie al circolo dei letterati che ruotavano attorno al poeta-scrittore Geoffrey Chauer. Alla fine del VII secolo, ai monaci benedettini venne affidata la custodia della Basilica di San Valentino da Terni e quindi la festività si diffuse nei monasteri soprattutto tra Francia e Gran Bretagna. Solo nel XIX secolo si è avuta una commercializzazione ed industrializzazione della Festa, con la produzione di gadget e dei famosissimi biglietti d’auguri, nelle più svariate forme, i cosiddetti valentine. Ritornando al Comune della provincia di Salerno, il 15-16 febbraio, in Piazza Spera, ritornerà la famosa "Sagra d'a purpetta 'e Pastenaca" (42esima edizione), cioè delle polpette di carota, preparate perfino nella versione senza glutine e senza lattosio, per coloro i quali avessero intolleranze alimentari. L’Azione Cattolica della parrocchia di San Giacomo Maggiore Apostolo, nei giorni della festa del patrono, offrirà ai cittadini di San Valentino e dei paesi limitrofi la possibilità di degustare questa prelibatezza della tradizione gastronomica. La ricetta è antica e fu donata dalla sig.ra Ida Rosa. Tra le molteplici eccellenze del settore agricolo, come i cipollotti o i pomodori San Marzano, la carota cresce in maniera spontanea nei terreni di San Valentino Torio, ricca di proprietà benefiche per l’organismo, come le vitamine C, D, E, B2, B6 e i sali minerali. Si suggerisce qui la ricetta delle gustosissime polpettine, per chi volesse cimentarsi a rifarle in casa, magari presentandole come secondo piatto per il menù della Festa di San Valentino. Ingredienti per 8/10 persone: 1kg di carote dell’Agro nocerino-sarnese, 1kg di pane del tipo cafone napoletano, 6 uova, gr 300 di Pecorino Romano grattugiato, prezzemolo, pepe e sale q.b. Esecuzione: il giorno prima di preparare le polpette, lessate le carote. Una volta fatto, si lasciano in un colapasta fino al giorno dopo per farle asciugare, privandole dell’acqua. In una ciotola di vetro, unite le carote (tritate o sminuzzate) alla mollica di pane non bagnata, alle uova, al formaggio pecorino, al pepe, al sale e al prezzemolo. Impastate e formate delle polpette di media grandezza. Friggetele in olio abbondante, tamponatele su carta assorbente e servitele calde. In abbinamento a questo piatto si consiglia un vino di origini siciliane, come l’Etna bianco, dal sapore fresco e secco, con una gradazione di 11,5%, o un Muller Thurgau, di origine trentina, dal sapore asciutto e fruttato, con una gradazione di 11%. San Valentino Torio, con la sua storia e le sue tradizioni, dimostra che l’amore non passa solo attraverso le parole, ma anche attraverso i sapori che raccontano una terra e la sua gente. Le polpette di carota sono un piccolo tesoro gastronomico che merita di essere riscoperto e celebrato, oggi come ieri.
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Redazione Sarno 24 20/11/2024

Sabato 7 dicembre la seconda edizione di "Paganettone"
Avrà un inizio dolce il Natale a Pagani. Sabato 7 dicembre, in villa comunale, si terrà la seconda edizione di "Paganettone", l'evento che vede insieme il Forum dei Giovani e l'Amministrazione Comunale. Il ricco calendario di iniziative natalizie si apre quindi con la fiera dedicata alla degustazione dei panettoni di maestri dolciari delle pasticcerie del territorio. Un’occasione per far conoscere e assaggiare tutte le prelibatezze natalizie delle pasticcerie aderenti all'iniziativa. Per questa seconda edizione l'evento si arricchirà di una sorpresa grazie ad uno speciale spettacolo di artisti.
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Annamaria Parlato 17/01/2026

"Minestra Nera", l'inverno nel piatto dell'Agro Nocerino-Sarnese
Nell’Agro Nocerino-Sarnese l’inverno non si riconosce dal calendario ma dalla presenza sulle tavole della minestra nera, nome con cui da generazioni viene chiamato il cavolo broccolo a getti, detto "spigarello". Si presta in cucina a diventare una preparazione culinaria, ma prima ancora è un ingrediente simbolico, un ortaggio che segna il passaggio delle stagioni e che porta con sé un patrimonio di memoria orale, gesti ripetuti e racconti familiari. Quando il freddo comincia a farsi sentire e gli orti restituiscono foglie scure, tenere e allungate, nelle case si dice ancora oggi: "È tiempo ‘e menesta nera", quasi fosse un segnale naturale, come la prima brina o il camino acceso. La minestra nera è una pianta molto coltivata in Campania, un’antica varietà a maturazione tardiva, di media altezza e fortemente ramificata, con foglie dai margini frastagliati e di un verde scuro intenso. Produce numerosi getti laterali che, una volta tagliati, ricrescono rapidamente, garantendo raccolte scalari per tutto l’inverno. È proprio questa generosità della pianta ad averne favorito nei secoli la diffusione negli orti familiari dell’Agro, dove rappresentava una sicurezza alimentare nei mesi più difficili. Il suo sapore è delicato e mai amaro, ma al tempo stesso deciso, capace di sostenere lunghe cotture senza perdere identità, caratteristica che l’ha resa ideale per le minestre invernali. Il nome "Minestra Nera" non nasce dal piatto ma dal colore profondo delle foglie, che in cottura si scuriscono ulteriormente, dando origine a un’espressione cromatica immediata e popolare. In molte famiglie si tramanda ancora il detto: "Quanno ‘a menesta è nera, ‘o friddo è vicino", a sottolineare il legame diretto tra questo ortaggio e la stagione invernale, tra il ciclo della terra e quello della vita quotidiana. A tavola, questo cavolo trova la sua espressione più compiuta nella minestra maritata, dove si "sposa" con un brodo ricco e paziente, preparato con gallina ruspante, manzo o un semplice osso di prosciutto, secondo disponibilità. Ogni casa aveva la sua versione, mai scritta ma custodita nella memoria: c’era chi aggiungeva fagioli cannellini, chi un pezzo di cotica, chi un pugno di pasta spezzata, spesso mista e avanzata, perché nulla doveva andare sprecato. Le nonne raccontano che la pentola restava sul fuoco per ore, a sobbollire piano, mentre la cucina si riempiva di un odore che sapeva di casa e di protezione. "Sta bona pure ‘a sera appriesso", si diceva, perché la minestra nera era uno di quei piatti che miglioravano il giorno dopo, riscaldati lentamente. Nella cultura contadina dell’Agro, questo piatto aveva anche una funzione sociale e familiare. Si preparava in grandi quantità, si condivideva, si offriva. Era il piatto delle domeniche d’inverno, dei ritorni a casa, delle giornate di pioggia. Molti ricordano ancora il pane raffermo abbrustolito, strofinato con aglio e adagiato sul fondo del piatto, su cui veniva versata la minestra fumante. Un gesto semplice, ma carico di senso, che trasformava un cibo umile in un pasto completo e profondamente appagante. Accanto alla versione più ricca, la minestra nera veniva spesso consumata anche in modo essenziale, oppure reinterpretata in preparazioni semplici ma quotidiane: saltata in padella con olio, aglio e peperoncino, diventava un classico contorno saporito; utilizzata per arricchire minestre e zuppe, conferiva un gusto intenso e vellutato; lessata e poi condita con limone e un filo d’olio, se ne percepivano tutti i sapori in purezza; aggiunta agli impasti di torte salate, regalava colore e carattere; combinata con altre verdure e legumi, soprattutto fagioli, entrava infine negli stufati invernali, calorosi e nutrienti, che scandivano i pasti dei mesi più freddi. "Accussì se sente ‘o vero sapore", raccontano ancora oggi gli anziani, a ribadire il rispetto assoluto per la materia prima e per il lavoro dell’orto. Era il contorno quotidiano, quello che non mancava mai, soprattutto nei periodi di maggiore ristrettezza. Oggi, la Minestra Nera continua a vivere nelle cucine familiari e nelle trattorie di territorio come piatto identitario e stagionale, capace di raccontare un modo di vivere legato alla terra, alle stagioni e al tempo lento. Un piatto che, ancora oggi, riesce a mettere d’accordo generazioni diverse attorno allo stesso tavolo, ricordando che l’inverno, nell’Agro Nocerino-Sarnese, ha sempre avuto il sapore scuro, intenso e rassicurante della minestra nera.
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