Spaghetti, polpette e pitale: la filosofia popolare di Alesio a Sarno

Tra azzurro e giallo, satira e memoria, la maschera che unisce tradizione e coscienza collettiva

Annamaria Parlato 22/02/2026 0

Il Carnevale si è concluso da poco, ma i suoi segni restano visibili e riconoscibili in diversi comuni della Campania, dove la tradizione non si esaurisce con il martedì grasso ma continua a vivere nella memoria collettiva e nei simboli identitari. Tra questi luoghi spicca Sarno, che custodisce e valorizza la propria maschera storica, Alesio, figura profondamente radicata nella cultura locale e oggi riconosciuta non solo dai cittadini ma anche dall’amministrazione comunale e dall’Associazione Carnevale Sarnese, impegnata attivamente nella tutela, nella promozione e nella trasmissione di questa tradizione alle nuove generazioni.

Pur richiamando Pulcinella per spirito e irriverenza, Alesio non ne è un’imitazione: si considera piuttosto un “cugino” del celebre personaggio napoletano. Figlio dell’Agro nocerino-sarnese, terra di confine tra Napoli e Salerno e crocevia di vicende storiche complesse - dalle dominazioni borboniche ai moti del 1799 - Alesio incarna la natura liminare di un territorio abituato a vivere tra opposti e contaminazioni. Durante il Carnevale attraversa la folla con un fischio sibilante, piegando ritmicamente le ginocchia, seguito da giovani che ne riproducono i gesti in una sorta di danza collettiva. Regge in mano un vaso da notte colmo di polpette e maccheroni. Il suo volto, diviso tra azzurro e giallo, sintetizza una tensione simbolica costante: l’azzurro richiama cielo e infinito ma anche precarietà e mistero; il giallo evoca energia solare e vitalità, ma pure il tramonto e la fine. È la rappresentazione visiva della dualità tra luce e ombra, vita e morte, principio e dissoluzione.

Il Carnevale sarnese culminava nel rito della “Morte del Carnevale”: il fantoccio di Alesio veniva processato pubblicamente e condannato al rogo nel martedì grasso, in una scena teatrale che sanciva la fine del tempo dell’eccesso e l’ingresso nella Quaresima. Prima di bruciare, Alesio dettava il suo testamento, satira corrosiva della comunità, attraverso cui il paese si specchiava nei propri difetti e li esorcizzava con il riso. Ecco il testo tradizionale: “A mio padre, re del lardo e della cotica, lascio i trenta maiali del porcile di Castagnitiello. A mia madre, regina delle scrofe, lascio il moggio di ulivi al Cantariello. A mia sorella, regina delle pacchiane, che si è sposata senza che io potessi vederla, lascio la sottana di mia nonna che non ha mai usato.

Voglio che le mie budelle siano così divise: lascio i peli duri come setole al calzolaio di via Laudisio. Ai litigiosi di Piazza Municipio lascio i miei testicoli. A Michele il sordo lascio le mie orecchie. Lascio la mia lingua a coloro che parlano sempre della gente di Sarno e fanno continuamente cause. Al macellaio di Cappella Vecchia lascio il mio intestino perché ne faccia salsicce. Ai contadini di Episcopio i femori, perché si facciano il brodo durante la pioggia. Alle donne di Sarno lascio i miei lombi per le notti insonni. Ai bambini la vescica per fare palloncini, alle ragazze la coda, ai finocchi i muscoli. Lascio i talloni ai corridori e ai cacciatori, ai ladri lascio le unghie e a colui che sta leggendo il mio testamento lascio la corda che porto sempre con me, perché ci si leghi il collo per impiccarsi”.

Attraverso questo smembramento simbolico del corpo si compie una parodia dell’eredità, che diventa critica sociale: ogni parte assegnata denuncia un vizio, una tipologia umana, una fragilità collettiva, in un linguaggio volutamente crudo e corporeo che restituisce al Carnevale la sua dimensione carnale e sovversiva. Il rogo non era semplice punizione ma sacrificio simbolico: per rinascere, il Carnevale doveva morire, come il seme che germoglia solo dopo essere stato sepolto. All’interno della rappresentazione iconografica di Alesio, alcuni elementi assumono un valore fortemente simbolico, a partire dagli spaghetti e dalle polpette custoditi in un pitale, oggetto che da recipiente intimo si trasforma provocatoriamente in piatto da portata. Gli spaghetti, emblema universale della cucina italiana, possiedono una forza simbolica che va oltre la gastronomia: la loro forma lunga e continua richiama l’idea di legame, di continuità e di connessione tra le persone. In una tavolata condivisa evocano abbondanza, convivialità, tradizione e semplicità; rappresentano ciò che è essenziale ma al tempo stesso bello nella quotidianità. Inseriti nella scena di Alesio, diventano metafora della vita stessa, fatta di fili che si intrecciano, di relazioni che uniscono generazioni e comunità.

Le polpette, radicate nella tradizione campana ma diffuse in tutto il mondo, richiamano la dimensione domestica e affettiva. Sono il cibo della memoria, il comfort food per eccellenza, associato alle cucine delle nonne, alla lentezza della preparazione, alla cura e alla protezione. La loro forma rotonda rimanda all’idea di unità e ciclicità, come un ritorno costante alle proprie radici. Inoltre, la polpetta è simbolo di adattabilità: nasce spesso dal riutilizzo creativo degli ingredienti disponibili, trasformando ciò che resta in qualcosa di nuovo e gustoso. In questo senso rappresenta la capacità di affrontare le difficoltà quotidiane con ingegno e senza sprechi, qualità profondamente legate alla cultura contadina dell’Agro.

Il pitale, oggetto umile e legato alla sfera privata, diventa nella maschera di Alesio un elemento di rottura. Tradizionalmente associato all’intimità domestica e alla gestione del corpo, viene esibito pubblicamente come contenitore di cibo, sovvertendo la sua funzione originaria. Questo gesto introduce una tensione tra sacro e profano, tra alto e basso, tra decoro e provocazione. Il pitale trasformato in piatto è simbolo di rovesciamento sociale, tipico del Carnevale: ciò che è nascosto viene esposto, ciò che è marginale diventa centrale. È una sfida alle convenzioni e insieme una riflessione sulla natura mutevole della quotidianità, che va vissuta fino in fondo, accettandone il sapore dolce e amaro.

Negli ultimi anni, Alesio viene spesso raffigurato con una tammorra nella mano sinistra, strumento emblematico della tradizione musicale campana. La forma circolare della tammorra richiama l’armonia e l’infinito, mentre la pelle tesa evoca il cielo e l’orizzonte, rimandando ancora una volta ai colori del volto di Alesio. Il suono stesso del nome “tammorra” sembra riprodurre il ritmo dello strumento: le consonanti evocano il colpo deciso, la “o” richiama la perfezione del cerchio, la vibrazione della “r” suggerisce il movimento rotante, la “a” finale esprime meraviglia.

Le sue sonorità affondano nelle radici antiche del Mediterraneo, dalle danze orgiastiche greche fino alle tammurriate dell’area salernitana, dove eros, sacralità e memoria storica si intrecciano. La tammorra è canto della terra, delle stagioni, dell’amore e della sofferenza; è anche voce di riscatto e di controstoria, memoria sonora delle ferite e delle speranze del Sud. In questa sintesi simbolica, Alesio è messaggero di un’identità che invita a vivere pienamente il presente, a progettare il futuro senza dimenticare il passato, condensando un insegnamento chiaro: solo chi sa riconoscere le proprie radici può affrontare i rovesciamenti dell’esistenza, trasformandoli in energia vitale e in rinnovata coscienza collettiva.

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