Nell'Agro nocerino una varietà di legume tutelata: il Pisello Centogiorni

Storia, territorio e tradizione dell'ortaggio che misura il tempo della terra

Annamaria Parlato 30/04/2026 0

Il pisello centogiorni deve il suo nome a un ciclo vegetativo preciso e quasi rituale, circa cento giorni dalla semina alla raccolta, un intervallo che per generazioni di contadini ha rappresentato un vero calendario naturale, scandito dall’osservazione del clima e dei ritmi agricoli; questa varietà si inserisce in una storia molto più antica, perché i piselli erano già un alimento quotidiano al tempo dei Greci, degli Etruschi e dei Romani, che li coltivavano e consumavano sia freschi sia essiccati come importante fonte proteica, protagonisti di zuppe e minestre rustiche, come testimoniano anche le opere di Plinio il Vecchio, segno di una diffusione già ampia e radicata.

Tale continuità storica si riflette oggi nelle campagne dell’area vesuviana e dell’Agro Nocerino-Sarnese, dove il pisello centogiorni trova un ambiente ideale grazie alla fertilità dei suoli e a una tradizione orticola consolidata, e dove la coltivazione conserva ancora un carattere fortemente artigianale, con tecniche tramandate di generazione in generazione; la semina avviene in pieno campo tra l’autunno e l’inizio della primavera, generalmente tra ottobre e novembre ma talvolta protratta fino ai mesi successivi, e spesso il pisello viene coltivato in consociazione con alberi da frutto come albicocco e ciliegio o, in alcuni casi, con la vite, sfruttando in modo intelligente lo spazio agricolo e creando un micro-ecosistema favorevole senza ricorrere all’irrigazione artificiale, poiché la pianta si adatta bene alle condizioni pedoclimatiche locali.

Le piante hanno portamento rampicante e necessitano di sostegni, oggi realizzati con pali di legno e fili intrecciati o reti, mentre in passato si utilizzavano rami di potatura di nocciolo come tutori naturali, in un sistema semplice ma efficace; l’impianto è organizzato con file distanziate tra loro di poco più di un metro e con piante ravvicinate lungo la fila, creando una densità elevata che può raggiungere circa 80mila piante per ettaro, segno di una coltivazione intensiva ma ancora gestita manualmente; tutte le operazioni, infatti, dalla semina alla raccolta, sono eseguite a mano, e la raccolta stessa è un processo lungo e scalare che si svolge tra marzo e aprile, seguendo la maturazione progressiva dei baccelli, i quali vengono colti tra marzo e aprile uno a uno per garantire la massima qualità del prodotto.

I piselli possono essere consumati freschi, quando sono ancora verdi e teneri nello stadio cosiddetto “ceroso”, oppure lasciati maturare fino all’essiccazione, assumendo una colorazione più chiara tendente al beige e sviluppando caratteristiche diverse sia in termini di conservabilità sia di utilizzo culinario. Una volta raccolti, i baccelli vengono sistemati in cassette e avviati ai mercati locali, spesso attraverso cooperative di produttori che contribuiscono alla distribuzione e alla valorizzazione del prodotto; questo sistema produttivo, rimasto sostanzialmente invariato nel tempo, è oggi al centro dell’azione del Presidio Slow Food, che ne tutela non solo la varietà ma anche le pratiche agricole tradizionali.

Dal punto di vista organolettico, il pisello centogiorni si distingue per la sua dolcezza fine ed equilibrata, accompagnata da una consistenza tenera ma consistente e da una buccia sottile che lo rende particolarmente digeribile, mentre il profilo aromatico è fresco, con note erbacee e leggere sfumature di mandorla verde; in cucina, trova ampio impiego negli spezzatini di carne, soprattutto di vitello o maiale, dove viene aggiunto nelle fasi finali per mantenere intatta la sua struttura e per arricchire il piatto con la sua dolcezza naturale, ma è nei primi piatti che esprime al meglio la sua versatilità, entrando in ricette con risotti, pasta fresca come fusilli e tagliatelle o secca, spesso in abbinamento con pancetta, guanciale o salsiccia e profumato con erbe aromatiche come menta o finocchietto selvatico, oltre a essere protagonista di zuppe e vellutate primaverili che esaltano la stagionalità e la semplicità della cucina contadina. Dal punto di vista nutrizionale è ricco di proteine vegetali, fibre, vitamine e sali minerali, rappresentando un alimento sano e sostenibile. Questa varietà di legume è un patrimonio agricolo e culturale che attraversa i secoli, dalle civiltà antiche fino agli orti dell’Agro Nocerino-Sarnese, portando con sé il valore del tempo, della manualità e del legame profondo tra uomo e terra.

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Redazione Sarno 24 08/10/2024

"Di Food in Tour" punta su Sarno per la terza tappa nell'Agro
Domenica 13 ottobre, alle ore 9:00, "Di Food in Tour" punta su Sarno. L'evento itinerante, promosso dal CTG - Gruppo Picentia, è alla terza tappa nell'Agro (dopo Corbara e Sant'Egidio) e si avvarrà del patrocinio morale della Provincia di Salerno e del Comune di Sarno, con il supporto logistico della Pro Loco sarnese. Dopo i saluti dell'Amministrazione comunale, rappresentata dal sindaco, Francesco Squillante, e un caffè di benvenuto in collaborazione con il Caffè Garibaldi, si parte con la visita della storica cittadina. Partendo da Piazza Garibaldi, ci si dirigerà verso Borgo San Matteo, sino ad arrivare alla Fontana "dei 3 cannoli" per una sosta rinfrescante. A seguire, sosta presso il Mulino, gioiello di archeologia industriale, situato in Via de' Liguori. Il programma proseguirà in Piazza Municipio per ammirare e conoscere la storia del Palazzo Municipale e del monumento dedicato a Mariano Abignente, uno dei partecipanti alla disfida di Barletta del 1503. Successivamente, ci sarà modo di visitare la rinomata pasticceria Assalonne, con il suo laboratorio artigianale, e il famoso Museo Archeologico Nazionale, "custode" di reperti rinvenuti nella Valle del Sarno dal Neolitico al Medioevo. Villa Lanzara, subito dopo, stupirà i visitatori con il suo complesso architettonico ottocentesco e i bellissimi giardini. L'Agriturismo La Fattoria permetterà la conoscenza del territorio a partire dalla tavola, con i suoi piatti e prodotti stagionali. Dopo pranzo, sosta rilassante presso il Parco fluviale "5 Sensi", situato alla foce del Sarno, uno spazio polifunzionale dove la natura domina indisturbata.
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Annamaria Parlato 19/10/2024

Da Nuceria Paganorum all'araldica, la noce è alimento nobile nell'Agro
Nocera dei Pagani, o Nuceria Paganorum, era il nome di una civitas esistita tra il XVI secolo e il 1806, comprendente l'attuale territorio di cinque comuni: Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani, Sant'Egidio del Monte Albino e Corbara. Questo territorio faceva parte dell'antica Nuceria Alfaterna e in passato aveva dominato la piana del Sarno, arrivando fino a Stabia e Pompei. Il nome "Nocera dei Pagani" appare per la prima volta nel XVI secolo, legato alla famiglia Pagano, signori del borgo medievale di Cortimpiano (oggi Pagani). La crescente importanza della famiglia portò al cambiamento del nome da Nocera dei Cristiani a Nocera dei Pagani. La civitas di Nocera dei Pagani era divisa in due dipartimenti: Nocera Soprana, comprendente i casali che avrebbero dato origine a Nocera Inferiore e Nocera Superiore, e Nocera Sottana, composta dalle università di Sant'Egidio, Pagani e Corbara. Queste università (equivalenti ai Comuni odierni) godevano di autonomia politica ed economica, con sindaci, parlamenti e magistrati propri. Ogni anno, in agosto, gli abitanti maschi maggiorenni eleggevano in assemblea un sindaco e alcuni membri, equiparabili agli attuali assessori. Nocera Sottana, inoltre, eleggeva un sindaco universale che, insieme ai due sindaci universali di Nocera Soprana, formava un triumvirato responsabile delle questioni comuni alla confederazione. Ciascuna università possedeva un proprio demanio, costituito da case, terre e boschi, oltre a un demanio comune alla città, composto principalmente da selve che occupavano gran parte del territorio. Nelle selve il noce era la cultivar predominante assieme alla quercia, tanto da assumere una certa importanza sia nell’economia locale sia nella storia dei comuni, attraverso l’araldica. A Sant’Egidio del Monte Albino, a partire dal XVI secolo, avveniva l’elezione del Sindaco, dopo il saluto del rappresentante del Governatore della Città di Nocera, dinnanzi alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, col sistema delle fave e delle noci deposte in un sacchetto sul sagrato dell’Abbazia di Santa Maria Maddalena in Armillis. Lo stemma di Nocera dei Pagani ha una lunga e complessa storia legata all'evoluzione del territorio e delle sue comunità. Il simbolo principale è un albero di noce sradicato, che rappresenta un tipico esempio di "stemma parlante", dove l'elemento araldico richiama il nome del luogo o della famiglia, in questo caso il noce (latino: nux) e Nocera. Tuttavia, il nome Nocera ha un'etimologia diversa, legata probabilmente all'antico nome della città romana Nuceria Alfaterna. L'uso dello stemma con l'albero di noce risale ufficialmente al XVI secolo, ma la sua origine è più antica. Lo stemma, infatti, deriverebbe dal blasone della famiglia dei Conti di Nocera, un'importante casata locale nata dai Dauferidi nel XI secolo, che governava su vaste porzioni del territorio. La rappresentazione dell'albero di noce nello stemma divenne quindi il simbolo identificativo della città di Nocera dei Pagani. Esistono diverse versioni dello stemma, riportate da vari autori. Il De' Santi, nella sua opera "Memorie delle famiglie nocerine", descrive lo stemma originale come uno scudo dorato con un albero di noce al naturale. Tuttavia, una versione più diffusa vede lo stemma su fondo azzurro, con frutti d'oro pendenti dai rami. Un'altra versione dello stemma, riportata da Monsignor Lunadoro e dal Maruggi, raffigura una donna in abito purpureo che ferisce con un ferro un giovane addormentato in un letto, richiamando un racconto del greco Dositeo, riportato da Plutarco, sulle origini di Nocera. Questa versione è meno certa storicamente. Lo stemma di Nocera dei Pagani si è poi evoluto, dando origine agli stemmi attuali delle città nate dalla suddivisione di Nocera dei Pagani, tutti con l’albero del noce: Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani e Sant'Egidio. Rappresentazioni scultoree dello stemma con il noce si trovano in vari luoghi storici del territorio, tra cui edifici religiosi e civili a Nocera Inferiore, Nocera Superiore e Pagani, come la chiesa del Corpo di Cristo, il Convento di Santa Maria degli Angeli e il campanile del Convento di Sant'Antonio. Oggi la noce è un prodotto largamente diffuso sul territorio dell’Agro e la varietà utilizzata è quella Sorrento. Conosciuta per la qualità del suo frutto e per le sue eccellenti caratteristiche organolettiche, la Sorrento ha una lunga tradizione di coltivazione in Campania, tanto da essere diventata un simbolo dell'agricoltura locale. Ha una forma ovale allungata, con un guscio sottile ma resistente, che la rende facile da rompere. La dimensione è generalmente media, ma il frutto risulta di alta qualità. Il guscio è chiaro, liscio e uniforme, particolarmente apprezzato per la facilità con cui può essere aperto. Il gheriglio (la parte commestibile) è di colore chiaro, di forma regolare e si stacca facilmente dal guscio. Ha un sapore delicato, leggermente dolce e molto piacevole, ricco di oli essenziali che conferiscono un aroma caratteristico. Il gheriglio di questa varietà è particolarmente apprezzato perché si presenta integro dopo la rottura del guscio, una caratteristica importante per il consumo diretto e l’uso culinario. Questa varietà è molto apprezzata sia per il consumo diretto, sia nell’industria dolciaria e gastronomica. Le noci Sorrento vengono utilizzate nella preparazione di dolci tradizionali campani, come le torte di noci, ma anche in liquori e condimenti. Grazie al suo sapore delicato, la noce Sorrento si presta bene anche a essere abbinata a formaggi, insalate e piatti a base di carne. Le noci erano spesso consumate al naturale, sia fresche appena raccolte (periodo settembre-ottobre), sia dopo l’essiccazione. La noce fresca era più morbida e dal sapore delicato, mentre quella secca aveva una consistenza più croccante e poteva essere conservata per lunghi periodi, soprattutto durante i mesi invernali quando gli altri alimenti freschi scarseggiavano. La capacità di conservarsi a lungo le rendeva una risorsa importante nelle dispense delle famiglie. Le noci, oltre ad essere apprezzate per il loro valore alimentare, erano un tempo protagoniste di vari giochi tradizionali praticati dai bambini, soprattutto in contesti rurali. Il noce ha una presenza significativa nella letteratura e nella poesia di varie epoche, spesso simbolo di saggezza, fertilità, mistero e longevità. Esempio significativo le poesie di Giovanni Pascoli, incluse nella raccolta "Primi Poemetti", in cui il noce diventa simbolo di protezione familiare e rifugio sicuro sotto cui la vita continua il suo ciclo naturale. Le poesie riflettono il tema pascoliano della "memoria dell'infanzia" e del ritorno alle radici, dove il noce è testimone delle vicende umane e parte integrante di un paesaggio che è al tempo stesso fisico e interiore. Grazie alla sua figura imponente, il noce è stato associato anche a leggende e miti, in particolare quelli legati alla magia e alla stregoneria. Sempre in Campania, il celebre "Noce di Benevento" è un simbolo leggendario legato a storie di streghe e riti esoterici. Le streghe si radunavano, secondo la tradizione, sotto l'ombra di un grande noce per celebrare i loro sabba.
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Redazione Sarno 24 08/11/2024

"Chocoland" fa tappa in piazza Diaz a Nocera Inferiore dal 21 al 24 novembre
L’appuntamento più goloso dell’anno sta per arrivare a Nocera Inferiore: dal 21 al 24 novembre, Chocoland fa tappa in piazza Diaz. Ventiquattro stand con le migliori proposte di cioccolato e tante attrazioni per i più piccoli: Willy Wonka, dinosauri e draghi, teatro dei burattini, animazione e laboratori di cioccolata. Un'occasione imperdibile per famiglie, adulti e bambini. Il programma completo della manifestazione sarà presentato martedì 12 novembre, alle 10:30, in Aula Consiliare.
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