Nocera Inferiore, WIP festeggia i suoi 12 anni con la speciale pizza "1916"

Un traguardo che racconta una storia fatta di impegno quotidiano e ricerca della qualità

Redazione Sarno 24 03/07/2026 0

Dodici anni di passione, sacrifici, crescita e amore per l'arte della pizza. WIP Burger & Pizza celebra il suo 12° anniversario, un traguardo che racconta una storia fatta di impegno quotidiano, ricerca della qualità e profondo legame con le proprie radici. Per festeggiare questo importante compleanno, WIP ha scelto di ripercorrere il punto da cui tutto è iniziato. Prima dell'apertura del locale di Nocera Inferiore, Domenico Fortino e Lorenzo Oliva trascorrevano giornate a Napoli, nel quartiere Vomero, per apprendere i segreti dell'arte bianca nella storica pizzeria Gorizia.

È proprio lì che ha preso forma un progetto imprenditoriale che, anno dopo anno, si è trasformato in una realtà apprezzata e riconosciuta. Alle spalle ci sono anni di sacrifici, studio e dedizione, che oggi si traducono in un percorso di successo, costruito con costanza e passione. Un cammino che WIP desidera condividere con tutti coloro che hanno contribuito a renderlo possibile. La serata celebrativa, in programma venerdì 3 luglio, sarà infatti dedicata anche al ringraziamento di chi, con il proprio esempio, la propria esperienza e la propria disponibilità ha lasciato un segno importante nella crescita professionale dei fondatori. Un pensiero speciale va a Salvatore Grasso, figura di riferimento in quel percorso di formazione che ha rappresentato l'inizio di questa avventura.

Per l'occasione, il menù proporrà una speciale reinterpretazione estiva della celebre pizza "1916", tra le più iconiche della pizzeria Gorizia: una creazione con fior di latte, ricotta, Parmigiano Reggiano, fiori di zucca, salame dolce e Provolone del Monaco. Un omaggio autentico alle proprie origini, ai maestri che hanno trasmesso conoscenze e valori e a una tradizione che continua a ispirare il presente. Dodici anni rappresentano un punto di arrivo, ma soprattutto un nuovo punto di partenza. Con lo stesso entusiasmo del primo giorno, WIP Burger & Pizza guarda al futuro continuando a fare ciò che ama di più: raccontare una storia fatta di qualità, innovazione e tradizione, una pizza dopo l'altra.

Potrebbero interessarti anche...

Annamaria Parlato 28/07/2025

L'albicocca vesuviana: oro dolce tra area vulcanica, Agro e Pompei
La pellecchiella del Vesuvio a Presidio Slow Food, o albicocca vesuviana, è un frutto antico e prelibato, cresciuto e maturato nelle soleggiate terre vulcaniche della Campania, oggi giustamente vanto regionale e protagonista riconosciuta del Presidio Slow Food. In dialetto sono dette “crisommole”, un termine affascinante che richiama l’etimologia greca alessandrina e sottolinea il legame millenario tra Mediterraneo e cultura contadina. L’albicocco, originario dell’Asia centrale e appartenente alla famiglia delle Rosacee, ha trovato nel suolo vesuviano e nelle fertili pianure dell’Agro Nocerino-Sarnese un habitat ideale. La Campania detiene il primato nazionale per la produzione e l’esportazione di albicocche, con una media annua di 50-60mila tonnellate coltivate in particolare nel territorio di Sant’Anastasia, noto anche per la presenza del miracoloso Santuario della Madonna dell’Arco, meta del tradizionale pellegrinaggio dei fujenti battenti nel lunedì in albis. La maturazione delle albicocche vesuviane avviene a partire da metà giugno e le varietà note sono più di quaranta, spesso identificate con nomi dialettali come Boccuccia liscia, S. Castrese, Palummella, Boccuccia spinosa, Fracasso, Vitillo, Portici, Ceccona. La più nota tra queste è la Pellecchiella, che si distingue per la buccia vellutata, il colore dorato con sfumature rosse e la polpa dolce, carnosa e poco amarognola, ideale per la trasformazione in confetture, nettari, liquori e frutta sciroppata. Le albicocche vesuviane sono anche citate da Gian Battista Della Porta nel 1583 nella sua opera “Suae Villae Pomarium” con i termini “bericocche” o “crisomele”; e ancora nel 1845 in “Breve ragguaglio dell’Agricoltura e Pastorizia del Regno di Napoli” come una delle piante più diffuse nel territorio napoletano dopo il fico. Oggi la coltivazione si è estesa anche nei territori dell’Agro Nocerino-Sarnese, in comuni come San Marzano, Pagani, Scafati, Angri e Nocera Superiore, dove il microclima, la ricchezza d’acqua e la tradizione frutticola rendono questa zona complementare e strategica per la produzione. Anche a Pompei, accanto agli scavi e ai vigneti, le albicocche vesuviane vengono coltivate in piccoli appezzamenti, spesso tramandati da generazioni. E proprio a Pompei, qualche anno prima della catastrofica eruzione del 79 d.C., vennero importate dall’Oriente nuove specie fruttifere tra cui il ciliegio, l’albicocco e il pesco. Gli ortaggi venivano conservati in salamoia o in aceto per affrontare l’inverno, mentre la frutta – tra cui le albicocche – si essiccava al sole o si immergeva nel miele, un metodo di conservazione che ne esaltava il profumo e la dolcezza. Il frutto si presenta carnoso e molto profumato, con buccia vellutata e un nocciolo ovale che racchiude un seme a mandorla. Ricco di potassio e carotene, favorisce l’abbronzatura e contribuisce all’apporto di vitamine A e C, rivelandosi ideale per l’idratazione nei mesi caldi. In cucina le albicocche vesuviane sono protagoniste di una straordinaria varietà di preparazioni dolci e salate: dalle classiche crostate con confettura artigianale ai biscotti farciti, fino alla cassata rustica e ai cornetti da colazione. Ma trovano spazio anche in piatti salati: abbinate a formaggi stagionati come pecorino o caciocavallo, alla pizza oppure trasformate in salse agrodolci per carni bianche o selvaggina. Alcuni chef le utilizzano in riduzioni per pesce, in emulsioni per tartare o come ripieno creativo per ravioli vegetariani. Per la qualità del frutto, e per i metodi di coltivazione ancora in gran parte manuali e tradizionali, è stata avviata la richiesta per il riconoscimento comunitario del marchio IGP. Una ricetta semplice, adatta ai bambini e perfetta nelle giornate di mare è quella delle merendine con confettura di albicocche vesuviane e cioccolato bianco: si prepara un soffice pan di Spagna, si taglia in piccoli rettangoli, si bagna leggermente con acqua e zucchero, si farcisce con marmellata di albicocche, si chiude come un tramezzino e si decora con cioccolato bianco fuso a bagnomaria con un po’ di latte. Una merenda fresca, priva di conservanti, che profuma d’infanzia e d’estate, ideale sotto l’ombrellone, quando le madri inseguivano i figli sulla sabbia per far mangiare qualcosa tra un tuffo e l’altro. L’albicocca vesuviana è un simbolo di identità, memoria e sapienza contadina, un patrimonio da proteggere con orgoglio e da raccontare con amore.
Leggi tutto

Annamaria Parlato 28/05/2025

Castel San Giorgio, Gaetano Cataldo racconta il vino come un'opera d'arte
Nel panorama enologico contemporaneo, la figura del sommelier ha superato i confini della sala e della carta dei vini. Non è più solo colui che serve e consiglia, ma un interprete del gusto, un divulgatore, un ricercatore culturale. Deve conoscere territori, vitigni, linguaggi, abbinamenti, tecniche di fermentazione, ma anche saper comunicare attraverso storie, emozioni e contaminazioni. Oggi il sommelier si trova a dover decifrare un mondo sempre più stratificato, il vino è bevanda e simbolo identitario, sociale, talvolta spirituale. In questo contesto, il profilo di Gaetano Cataldo, originario di Castel San Giorgio, spicca per originalità e visione. Navigatore per mestiere, sommelier per passione, divulgatore per vocazione, ha costruito un dialogo tra il mare e il vino che non è solo tecnico, ma culturale e umano. Ha fondato Identità Mediterranea nel 2016, piccola associazione culturale con la quale ha creato, assieme a Roberto Cipresso, il famoso “Mosaico per Procida”, prima bottiglia a celebrare una capitale italiana della cultura. Nel 2022 ha ricevuto il Premio come Miglior Sommelier dell’anno al Merano Wine Festival (31^ edizione), prestigioso riconoscimento che ha premiato non solo la sua competenza tecnica, ma anche la sua capacità di unire enologia, mare e cultura in un linguaggio originale e profondo. Ha tenuto lezioni e conferenze in Italia e all’estero sul tema del vino come veicolo di dialogo interculturale e nel maggio 2025, ha ricevuto al Senato (Sala Zuccari) il riconoscimento speciale al merito dalla commissione del Gran Premio Internazionale di Venezia. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la sua traiettoria unica e le esperienze che lo hanno reso una voce autorevole e inconfondibile nel panorama vitivinicolo italiano. Nel tuo curriculum si intrecciano il mare e il vino: in che modo l’esperienza da navigante ha influenzato il tuo approccio alla degustazione e alla narrazione del vino? In effetti ho condotto, quasi in parallelo, due vite professionali, diventando ufficiale di navigazione e corroborando le mie skills di sommelier. Molti tendono a vedere slegati i due aspetti, ma in realtà i viaggi attorno al mondo mi hanno messo in condizione di visitare cantine altrimenti irraggiungibili per me all'epoca, di assaggiare vini di ogni continente sul posto e spedirli a casa. Ho scoperto, sperimentato e memorizzato profumi e sapori di cucine lontane, cercando sempre di completare la mia esperienza di visitatore e di sensorialista: si possono visitare tutti i musei e le attrazioni turistiche di un Paese, ma se non si mangia e si beve come fanno i locali, non solo non si entrerà nella loro mentalità e nel loro quotidiano, ma si sarà conosciuto un luogo per metà. Il mare è stato per me una palestra di vita e l'opportunità di conoscere e apprezzare differenze e sfumature di umanità, culture, alimentazione ed enologia. Non sono stati forse i navigatori ancestrali a redistribuire il dna della vite, a globalizzare il marketing del vino ed esportare conoscenza da luoghi lontani? Cosa ne sarebbe stato del Marsala senza gli Inglesi e come sarebbe stato inventato il Madera? Sei stato un pioniere nell’esplorare la relazione tra il mare e il vino ben prima dell’hype dell’underwaterwine: cosa significa per te questa connessione e cosa la distingue dal marketing di tendenza? Il 1 settembre 2011, su Mediterranea Online, usciva "Il Vino e il Mare", dove effettivamente parlavo della profonda relazione tra i due elementi a 360°, motivato anche a dare una risposta alle mie due categorie di appartenenza, i marittimi e i sommelier, riguardo alla coesistenza del vino e del mare, nella mia vita professionale, oltre che come passioni inscindibili. È stato decisamente uno tra i pezzi più fortunati che abbia scritto, anche perché ripubblicato su Vinoway nello stesso anno e, oltretutto, nel 2014 sarebbe stato pubblicato su "Vitae", rivista ufficiale dell'Associazione Italiana Sommelier, su richiesta dell'allora presidente nazionale Antonello Maietta. Quest'ultima fu una sorta di consacrazione come wine writer. Ovviamente, in maniera sottintesa, nel pezzo si parlava di cantinamento e affinamento subacqueo, oltre che di ritrovamenti straordinari, avvenuti sui fondali, e che restituivano alla luce vini perfettamente intatti, prodotti dai Romani secoli prima, grazie alle attività di archeologia marina. Al di là delle tendenze del marketing, il pezzo voleva rimarcare quanto il mare fosse oggettivamente la cantina perfetta. Si deve considerare che la temperatura e l'umidità costanti e l'assenza di luce a certe profondità sono le condizioni ideali per una maturazione lenta e regolare. Inoltre è bene anche considerare che la pressione che la colonna d'acqua esercita sulle bottiglie immerse favorisce la solubilità dei composti aromatici e, nel caso di spumantizzati, ne migliora il perlage. Oggi la pratica del cantinamento subaqueo è per certi versi inflazionata e rischia di apparire tale anche quando produce i suoi effetti sul vino: occorre sempre ancorare gli "underwater wines" a solide motivazioni di tipo culturale e usarlo come opportunità per studiare il comportamento di specifici vini monovarietali che vi vengono sottoposti. Hai assaggiato vini in ogni parte del mondo: c’è un sorso che ti ha fatto capire che il vino è molto più di una bevanda? Si, tutte le volte che con l'equipaggio ci siamo riuniti attorno a una bottiglia di vino per semplice allegria, piuttosto che contestualizzarne il sapore attraverso la cultura del Paese di origine o per scoprire come ci stava su una data ricetta, provandolo poi con numerose altre. Il vino pertanto è molto più di una bevanda, a partire dal confronto che si crea attorno a esso; un confronto tra colleghi, amici e specialisti del settore: la platea trasversale di pubblico internazionale con cui si ha a che fare quando si lavora su navi da crociera ha dell'incredibile e, per me, ha costituito senz'altro un booster esperienziale decisivo per il mestiere di sommelier. In un sorso di vino ci si può perdere, tanto è la complessità, ci si può ritrovare, in quanto è capace di riaccordare l'animo e farci fare pace col mondo. Un sorso di vino è cultura, calore familiare, eleganza contadina, erudizione comunicativa, evocazione paesaggistica e molto di più. Ai sorsi ho mescolato i luoghi che me li ricordano, quindi cito questi ultimi con affetto e in ordine sparso: Atene, Izmir, Alessandria d'Egitto, Port Said, Mandelieu-la-Napoule, Barcellona, Fira, Singapore, Callao, Dublino, New Orleans, Vitória, Richard's Bay, Murmansk, Manila, Venezia, La Coruña, Baton Rouge, Kashima, Milazzo, Juneau, Istambul, Kotor, Cabo San Lucas, Dublino. Ma nella "cantina dei ricordi" c'è molto altro che lega il sorso al viaggio. Con Identità Mediterranea hai intrecciato cultura, spiritualità e gusto, arrivando a consegnare il "Mosaico per Procida" anche nelle mani di Papa Francesco. Quale ricordo personale ti lega a quel momento e cosa hai visto negli occhi di un pontefice che oggi non c’è più? Identità Mediterranea è diventata ormai come una figlia, la fondai nel 2016 e grazie a questa associazione abbiamo fatto cose incredibili e sempre, è proprio il caso di dirlo, nella maniera più francescana possibile: mostre, annulli filatelici, convegni, serate di degustazione, formazione e wine tour, non ultimo l'esperienza di aver ideato, con l'amico Roberto Cipresso, "Mosaico per Procida", primo vino in assoluto a celebrare una capitale italiana della cultura. Il ricordo del 28 settembre 2022 (foto in fondo all'articolo, ndr) è decisamente molto vivo in me: l'occasione di portare la bottiglia celebrativa a Sua Santità è stata un'esperienza di grande impatto emotivo. A nome dell'Isola di Arturo portai un formato magnum di Mosaico per Procida, diventando di fatto il primo sommelier, fuori dalle mura vaticane, a essere ricevuto da un Pontefice durante un'udienza generale; oltre ad essa anche una serigrafia acquerellata a mano, effigiante "inCanto diVino" di Carolina Albano, da cui è nata l'etichetta del Mosaico. Ricordo che Papa Francesco esclamò "un vino, che bello! Che bella bottiglia!", con la voce mite e il tono affettuoso di chi dispensa caramelle a un bambino, con uno sguardo curioso e quasi fanciullesco. Dopo avergli illustrato i motivi del dono e il progetto, mi accomiatai citando rispettosamente il Nolano: non è la materia a generare il Pensiero, ma il Pensiero a generare la materia. E questo perché Mosaico per Procida è stato appunto un progetto tanto eversivo quanto francescano, perchè fatto senza scopo di lucro e controcorrente. Sei stato il primo a teorizzare il legame tra sake e Dieta Mediterranea: cosa ti ha spinto a esplorare questa frontiera e quali connessioni hai scoperto tra le due culture? Mi piace sempre esordire, a proposito di sake, dicendo che Dioniso è stato anche in Giappone. La mia generazione è cresciuta guardando i cartoni giapponesi, ho sempre avuto una passione per le arti marziali e per la cultura dell'Estremo Oriente, anche a partire dalla lettura del "Libro dei Cinque Anelli" di Miyamoto Musashi. I primi viaggi in Giappone, tra il 2001 e il 2002, quando imbarcavo sulle navi da carico, non hanno fatto altro che confermare la forte passione per questo Paese, anche se ero a digiuno, o quasi, di ciò che so oggi sul sake giapponese. Posso dire anzitutto che Italia e Giappone sono imbrigliati pressoché nella stessa fascia di latitudine, hanno un periplo costiero molto rilevante, oltre ad essere Paesi sismici e vulcanici. Entrambe le culture, anche se quella nipponica in maniera più riservata, sono solite dare il benvenuto a tavola ed hanno un legame stretto con il cibo. Ho cominciato a studiare sake verso il 2015 e a berlo un po' prima, diventando sake sommelier nel 2017 con la Sake Sommelier Association, eravamo pochissimi in Italia all'epoca. Fino ad oggi ho anche fatto docenze per la Scuola Italiana Sake e contributo per tutte e quattro le edizioni ai "Sake Days" che si tengono in ottobre a Firenze; inoltre ho tenuto ben 3 relazioni per alcune delegazioni dell'AIS, tra Salerno e Bologna, accendendo il tema giù da noi e farci serata, in maniera inedita, al Wip Burger & Pizza di Nocera Inferiore, dimostrandone le possibilità di abbinamento con la tonda mediterranea. Infatti ho esperito molto attraverso assaggi di ricette e prodotti appartenenti al nostro modello alimentare con il fermentato di riso, con ottimi risultati, e arrivando a scrivere diversi articoli in cui tratto appunto il match con pizza, salumi, formaggi e ostriche. Senza dilungarmi troppo posso affermare serenamente che sake e Dieta Mediterranea stanno bene insieme perché gli ingredienti delle nostre rispettive cucine sono omologhi, benché diversi, e presentano in molti casi il fattore umami, che è la principale chiave di volta per procedere nell'abbinamento. Il titolo di “miglior sommelier dell’anno” al Merano Wine Festival nel 2022 è stato un riconoscimento importante a livello nazionale: ma viene davvero apprezzato nel tuo territorio, a Castel San Giorgio? Ti senti valorizzato a casa tua? Devo dire che c'è stata una certa avidità di inchiostro da parte di gente che pretenderebbe di ritrarre territori e fare comunicazione, ma sappiamo bene quanto sia fazioso e scadente il giornalismo nelle nostre aree, specie quello enogastronomico, e quanto rappresenti una sorta di propaganda "motu proprio"; poi, vallo a capire perché taluni si reputano pure enogastronomi e provetti assaggiatori. Il punto non è questo però, sappiamo cosa diceva Totò a proposito del fatto che questa terra non ci perdona il successo, e inoltre bisogna sopportare umanamente invidie, gioie e dolori; il fatto è che quando omettiamo di raccontare certe cose ne muore il territorio stesso, ne fa le spese perché non abbiamo riportato quell'esempio valido che potrebbe ispirare altre persone a fare qualcosa di utile per questo nostro Agro Nocerino-Sarnese e per la Campania in generale. Ci tocca continuare a tirare l'aratro e non pensarci: c'è tanto ancora da fare qui e una buona semina deve poterne uscire fuori, il resto è sotto il naso di tutti, il vento non lo fermi e i circoletti degli amici degli amici cominciano a sapere di stantio e di retrogrado. A Castel San Giorgio in particolare devo dire che, tralasciando i giornalini e rispetto al "Nemo Propheta in Patria", c'è stata una inversione di tendenza: l'amministrazione comunale si è sempre ben spesa verso me, non sono mancati i riconoscimenti e le attestazioni di stima. Magari un giorno finisce che mi si inviti pure alla "Notte del Rosso". Qualcuno dovrebbe poter capire che fare rete e gioco di squadra è fondamentale oggi, se vogliamo appunto far rinascere i nostri territori senza personalismi. Ciò che mi tengo stretto e che mi giova al cuore è che tutti i miei concittadini e amici mi vogliono un gran bene e non perdono occasione di complimentarsi con me per le mie attività, facendomi puntualmente arrossire: in fondo, chi mi conosce sa che sono da sempre il ragazzo della porta accanto e che non mi sono mai montato la testa. Evidentemente il vero successo è proprio questo: avere l'affetto delle persone vicino a te e che, avendoti visto crescere, ti accettano con tutti i pregi e i difetti. Se dovessi stappare una bottiglia che ti rappresenta oggi, quale sceglieresti e con chi vorresti condividerla, magari in riva al mare? Al di fuori di Mosaico per Procida, cui debbo mille fantastiche avventure, il vino che più mi rappresenta è quel rosso che richiede tempo per smussare le spigolature del proprio carattere e l'irruenza giovanile, insomma un vino che, bevuto di anno in anno, dimostra di migliorare con il tempo. Certo, sarebbe un peccato non bere in compagnia, anche perché di amici vecchi e nuovi, sempre pronti ai falò estivi e a incrociare i calici, certo non ne mancano. Ma chi può dirsi veramente solo con una buona bottiglia di fronte al mare? Detto ciò, a parte gli appuntamenti con i propri pensieri, la vita è bellissima e piena di sorprese, sempre pronta a riservarci incontri speciali. Cataldo è un sommelier che ha navigato davvero, dentro e fuori dal bicchiere. Le sue parole restituiscono una visione ampia, colta e poetica del vino. Un vino che attraversa mari, si mescola alle culture, dialoga con il presente e guarda al futuro senza perdere le radici. Un vino che racconta la vita, come le rotte che ha tracciato in giro per il mondo. Perché, in fondo, come dice lui, “la cosa più bella è condividere una storia. E un sorso di verità”.
Leggi tutto

Redazione Sarno 24 29/09/2025

"Pane e Tradizione" in villa comunale a Pagani il 4 e 5 ottobre 2025
Il 4 e 5 ottobre, la Villa Comunale di Pagani si trasforma in un paradiso per gli amanti del pane, della tradizione e del buon cibo. Un evento in sinergia con AMA e Associazione Panificatori Provincia di Salerno. Non solo pane appena sfornato, ma anche prodotti tipici del territorio offerti dai food sponsor Agrovo Alimentari, Casa Marrazzo, Linea verde, Dall'orto alla tavola, La Palma alimentari. In agenda show-cooking e laboratori.
Leggi tutto

Lascia un commento

Cerca...