Castellammare, festa dei cuochi e dei pizzaioli dell'Alleanza Slow Food

Appuntamento giovedì 9 gennaio nella splendida cornice dell’Hotel dei Congressi

Redazione Sarno 24 07/01/2025 0

Giovedì 9 gennaio, nella splendida cornice dell’Hotel dei Congressi, a Castellammare di Stabia, si terrà la terza Festa dei Cuochi e Pizzaioli del Progetto dell’Alleanza Slow Food della Campania, dedicata alla memoria di Rita Abagnale. L’evento è organizzato da Slow Food Campania, sotto l’egida di Slow Food Italia, e con la collaborazione delle Condotte "Costiera Sorrentina e Capri", "Monti Lattari e Costa d’Amalfi" e dell’intera famiglia Abagnale.

La serata avrà inizio alle ore 18:00, con la presentazione regionale delle guide di Slow Food Osterie d’Italia e Slow Wine, per proseguire con un ricordo di Rita Abagnale e l’attribuzione, da parte di Giuseppe Di Martino, del premio a lei intitolato, giunto alla quarta edizione: successivamente, spazio alla creatività di una trentina tra Cuochi e Pizzaioli dell’Alleanza e Cuochi Chiocciolati delle Osterie campane, insieme ai Vignaioli premiati da Slow Wine ed ai Produttori delle eccellenze alimentari dei Presìdi Slow Food.

Potrebbero interessarti anche...

Annamaria Parlato 30/08/2024

Nella valle del Sarno rivive la tradizione della pannocchia d'estate
La pannocchia è la spiga del mais, caratterizzata da un insieme di chicchi disposti in file attorno ad un asse centrale. I chicchi, che variano nel colore dal giallo all'arancione, fino al rosso o viola, sono la parte commestibile della pannocchia. Ha una storia lunga e affascinante, che risale a migliaia di anni fa. Il mais, da cui deriva la pannocchia, è originario del Messico. Le prime coltivazioni risalgono a circa 9.000 anni fa, quando le popolazioni indigene iniziarono a selezionare e coltivare il teosinte, una pianta erbacea selvatica, che è l'antenato del mais moderno. Attraverso una lunga selezione artificiale, gli antichi agricoltori riuscirono a sviluppare le varietà di mais che conosciamo oggi. Il mais si diffuse rapidamente in tutta l'America, diventando un alimento base per molte civiltà precolombiane, come i Maya, gli Aztechi e gli Inca. Oltre al suo utilizzo alimentare, il mais aveva anche un ruolo importante in cerimonie religiose e culturali. Fu introdotto in Europa dopo l'arrivo di Cristoforo Colombo nelle Americhe, nel 1492. Gli esploratori spagnoli e portoghesi portarono i semi di mais nei loro paesi d'origine, dove la pianta si adattò bene ai climi temperati. Nei secoli successivi, il mais si diffuse in tutta Europa, Asia e Africa. In Italia, la sua coltivazione prese piede soprattutto nel nord, nelle regioni della Pianura Padana, dove il clima era favorevole alla sua crescita. In Italia, il mais divenne rapidamente un alimento base, soprattutto nelle regioni settentrionali. La polenta, un piatto a base di farina di mais, divenne uno dei cibi più comuni tra le popolazioni rurali. La pannocchia, invece, era consumata sia fresca che essiccata. Con il tempo, la coltivazione del mais contribuì alla rivoluzione agricola in Europa, poiché offriva un raccolto abbondante e nutriente, che poteva sfamare grandi popolazioni. La pannocchia è diventata un simbolo di abbondanza e prosperità. In molte culture, è associata al raccolto e alla festa. Oggi, il mais è una delle colture più importanti al mondo. Viene utilizzato non solo per l'alimentazione umana, ma anche per la produzione di mangimi animali, biocarburanti e numerosi prodotti industriali. La pannocchia, in particolare, rimane un cibo apprezzato e viene consumata in molte forme diverse, è anche utilizzata per produrre farina di mais, olio e altre derrate alimentari. È spesso protagonista nelle sagre italiane, dove viene celebrata come simbolo di tradizione agricola e gastronomica. Durante queste feste popolari, che si svolgono solitamente nei mesi estivi o all'inizio dell'autunno, la pannocchia viene preparata in vari modi, ma la versione più comune è quella grigliata o arrostita. A Castel San Giorgio (SA), nella valle del Sarno, ogni anno si tiene la Sagra della Pasta e Fagioli e della Pannocchia, dove viene servita anche fritta. La pannocchia viene spesso cotta su grandi griglie all'aperto, esaltando il suo sapore dolce e affumicato. I partecipanti alle sagre la consumano direttamente dal torsolo, magari condita con un po' di sale, burro, salse o altre spezie, ma anche cioccolata. La pannocchia è diventata un simbolo dell'estate, associata a momenti di relax, vacanze e pasti all'aperto. La sua popolarità durante i mesi estivi è un esempio di come le tradizioni agricole si siano integrate nelle abitudini alimentari moderne. Il venditore di pannocchie era una figura popolare ("o' spicaiolo"), particolarmente amata dai bambini e dai lavoratori, che cercavano uno spuntino economico e nutriente. In molte comunità, il venditore di pannocchie (dette in dialetto "pullanchelle") era conosciuto da tutti e la sua presenza era un segno del cambio di stagione. Sebbene oggi questa professione sia meno comune, specialmente nelle città, il ricordo del venditore di pannocchie rimane vivo nella memoria collettiva e in alcune sagre, dove questo ruolo viene celebrato e a volte ricreato. Il profumo che emana il pentolone ("caurara") in cui bollono le spighe riporta indietro nel tempo, all’infanzia e alla gestualità dei venditori ambulanti, che in grandi fogli di carta oleata le avvolgevano, ricoprendole di sale che fuoriusciva da un grande corno di bue, lo stesso utilizzato per insaporire "o’ per e o’ muss".
Leggi tutto

Annamaria Parlato 28/03/2025

Nocera Inferiore, viaggio nei sapori flegrei coi vini di Verde e le creazioni Wip
Nella serata di martedì 25 marzo, Wip Burger & Pizza di Nocera Inferiore si è trasformato in un palcoscenico di eccellenze enogastronomiche con l’evento "Sorsi & Morsi, un incontro di eccellenze campane". Il pubblico si è palesato numeroso, tra i presenti anche rappresentanti comunali, produttori del settore agroalimentare e vitivinicolo, giornalisti di settore e cultori del buon bere e mangiare. Organizzato in collaborazione con Identità Mediterranea, il percorso degustativo è stato guidato dai maestri pizzaioli Domenico Fortino e Riccardo Faiella, dallo chef Alfonso Rega e dal vigneron Ciro Verde della cantina "Il Quarto Miglio". L’evento ha visto la partecipazione speciale di Gaetano Cataldo, giornalista enogastronomico e miglior sommelier dell'anno al Merano Wine Festival. La serata è iniziata con un padellino di pasta e patate, a base di impasto alle patate con pancetta tesa, provola di bufala, basilico, e completata con fonduta di provolone del monaco, scorza di formaggio e polvere di peperone crusco, piatto che ha espresso il comfort food campano nella sua essenza più pura. Ad accompagnarlo, bollicine di Falanghina spumantizzata, un vino dalla freschezza vibrante e note floreali che hanno esaltato la cremosità del piatto. Si è proseguito con una creazione inedita: il padellino con impasto al caffè, crema di cicerchie, cozze impepate e anello di cipolla piastrata, abbinato alla Falanghina DOC 2022. "Questo vino - spiega Verde - è caratterizzato da un’acidità ben bilanciata, con sentori di agrumi e frutta bianca. La sapidità del mare, unita alla dolcezza della cipolla piastrata e alle note tostate dell’impasto al caffè, ha creato un connubio sorprendente". Si è proseguito con un omaggio alla tradizione partenopea con la pizza napoletana contemporanea, realizzata con impasto di grano 0 bio e condita con Scarpariello al pomodoro cannellino dei Campi Flegrei. Ad accompagnarla, la Falanghina Bio 2021, un vino dalla struttura complessa con note minerali e fruttate, che si sono legate armoniosamente alla dolcezza e all’acidità del pomodoro cannellino. "Abbiamo scelto un impasto leggero e fragrante - afferma Fortino - per esaltare il gusto autentico del pomodoro flegreo, valorizzato dalla Falanghina Bio, che con la sua freschezza ha donato equilibrio al morso". Il pomodoro cannellino dalla forma oblunga è una varietà autoctona, particolarmente apprezzata per la sua dolcezza e il suo carattere sapido, dovuto alla coltivazione su suoli di origine vulcanica. Ha buccia sottile e una polpa succosa, caratteristiche che lo rendono perfetto sia per il consumo fresco sia per la preparazione di salse e sughi. Il pizzaiolo Riccardo Faiella ha spiegato la filosofia alla base delle sue pizze: "La nostra ricerca si basa sulla selezione di materie prime eccellenti e sulla sperimentazione con impasti impreziositi dagli extravergine che ricerchiamo sull’intero territorio nazionale. La pizza Scarpariello, ad esempio, è un omaggio alla tradizione, ma con un impasto altamente digeribile che esalta il sapore del pomodoro cannellino". Il percorso è proseguito con un vino bianco di carattere, il Macchia 2018, una Falanghina affinata sulle fecce fini, che si è distinta per la sua struttura avvolgente e i sentori di frutti bianchi maturi e spezie. È stato abbinato a due piatti della tradizione flegrea: il tatiello puteolano, simile al migliaccio praianese a base di pasta e semola, ripieno di salumi e formaggi, e la celebre minestra maritata, dove verdure e carne si sono fuse in un’armonia di sapori antichi. "Il nostro Macchia - sottlinea Cataldo - ha una struttura avvolgente, che si è sposata perfettamente con la sapidità del tatiello e la profondità della minestra maritata, piatto che rappresenta il vero DNA della cucina campana". Il Piedirosso DOC 2022 ha accompagnato il crostone con ragù alla genovese e il suo pulled beef. Un abbinamento studiato per esaltare le note speziate e terrose del vino, che con la sua morbidezza e freschezza ha bilanciato l’intensità dell’intingolo. "Il Piedirosso - afferma Verde - è un vitigno autoctono incredibilmente versatile, capace di raccontare la terra vulcanica dei Campi Flegrei attraverso il calice". La chiusura della serata è stata affidata allo chef Alfonso Rega, che ha proposto il suo migliaccio dolce con scorza di mandarino dell’Agro Nocerino-Sarnese, un dolce a base di semolino e ricotta, dalla consistenza morbida e dal profumo agrumato. "Il migliaccio - racconta Rega - è un dolce della tradizione povera, che ho voluto reinterpretare dando risalto agli agrumi del nostro territorio per un tocco di freschezza e aromaticità". I pasticcieri Raffaele e Gianfranco Romano del Gran Caffè Romano di Solofra hanno invece deliziato i presenti con la loro colomba agli agrumi, abbinata a un gelato di mela annurca. "Abbiamo voluto creare un dessert - dice Gianfranco - che esaltasse la delicatezza e l'intensità dei profumi mediterranei. La nostra colomba agli agrumi ha una lievitazione lenta e naturale, mentre il gelato di mela annurca aggiunge una nota fresca e leggermente acidula che equilibra la dolcezza del lievitato". La cantina "Il Quarto Miglio" ha saputo valorizzare i vitigni autoctoni dell’Area Flegrea, un territorio dal suolo vulcanico che conferisce ai vini caratteristiche di spiccata mineralità. L’azienda ha puntato su una viticoltura sostenibile, rispettosa della tradizione ma aperta all’innovazione. La famiglia Verde si dedica alla produzione vinicola da diverse generazioni: si raccontava che Raffaele Verde già a fine Ottocento facesse uno dei vini migliori di Quarto. Vanto del territorio, contadini e carrettieri facevano tappa obbligata da don Raffaele. In tutta la sua storia, la famiglia ha sempre gestito direttamente questa attività con scelte coraggiose ed innovative, mantenendo inalterato il rispetto per le tradizioni e per il territorio. Dal 2004, dopo un’alternanza di quattro generazioni, Ciro Verde gestisce in prima persona le attività legate alla cantina, riuscendo ad esprimere al meglio il talento commerciale dei nonni ed il taglio raffinato dal padre, Raffaele. Il nome dell’azienda deriva da una pietra miliare che riporta la dicitura “ad quartum” e che rimanda al IV Miglio Romano, unità di misura che segna la distanza tra la città di Pozzuoli e l’attuale Quarto, lungo l’antica Via Consolare Campana, che collegava Pozzuoli a Capua. "Lavoriamo ogni giorno - dichiara Verde - per portare in bottiglia l’identità autentica dei Campi Flegrei, valorizzando la peculiarità dei nostri suoli e delle nostre uve". Cataldo ha concluso: “Eventi come questi dimostrano quanto sia fondamentale valorizzare le eccellenze locali. La Campania ha un patrimonio enogastronomico straordinario e questa serata è la prova di come tradizione e innovazione possano convivere armoniosamente".
Leggi tutto

Annamaria Parlato 29/06/2026

Il nespolo giapponese è il frutto dell'estate "dei ricordi" nell'Agro Nocerino
Tra i primi frutti a colorare la tavola quando la primavera lascia spazio all'estate, il nespolo giapponese (Eriobotrya japonica) occupa un posto speciale nella tradizione agricola della Campania e dell'Agro Nocerino-Sarnese. Le sue chiome sempreverdi, i grappoli di frutti giallo-aranciati e il profumo intenso che accompagna la maturazione rappresentano un'immagine familiare per intere generazioni cresciute nelle case di campagna, dove difficilmente mancava un nespolo nel giardino, accanto al fico, al limone, al melograno o al pergolato dell'uva. Era uno dei primi alberi a regalare frutti dopo l'inverno e per i bambini significava che l'estate era ormai alle porte. Nonostante venga comunemente chiamato "nespolo", questa specie è ben diversa dal più antico nespolo europeo (Mespilus germanica). Originario delle regioni montuose della Cina sud-orientale, il nespolo giapponese giunse in Giappone molti secoli fa, dove fu ampiamente coltivato e selezionato, per poi diffondersi in Europa nel Settecento grazie ai botanici e ai commerci marittimi. In Italia trovò nella Campania un habitat ideale grazie al clima mite, agli inverni poco rigidi e ai terreni vulcanici ricchi di minerali. Ancora oggi molte piante secolari sopravvivono nei giardini privati dell'Agro Nocerino-Sarnese, dei Monti Lattari e della Costiera Amalfitana, spesso nate spontaneamente dai semi dei frutti consumati in famiglia. Dal punto di vista botanico, il nespolo giapponese è una specie sorprendente. Fiorisce infatti tra ottobre e dicembre, quando gran parte degli alberi da frutto entra nel riposo vegetativo. I suoi piccoli fiori bianchi, molto profumati e ricchi di nettare, attirano api e altri insetti impollinatori anche nelle giornate più miti dell'autunno. Dopo una lenta crescita durante l'inverno, i frutti raggiungono la piena maturazione tra maggio e giugno, rendendolo uno dei primi raccolti della bella stagione. Le nespole si riconoscono facilmente per la buccia sottile di colore giallo intenso o aranciato, la polpa succosa e il sapore che unisce dolcezza e una piacevole nota acidula. Le varietà coltivate in Campania presentano sfumature aromatiche differenti: alcune sono più zuccherine, altre più fresche e leggermente agrumate, caratteristiche che dipendono dal terreno, dall'esposizione al sole e dalla disponibilità d'acqua durante la maturazione. Nell'Agro Nocerino-Sarnese non era raro che ogni famiglia custodisse una propria pianta, considerata quasi un patrimonio domestico, tramandata insieme alla casa e ai ricordi. Consumare una nespola significa assaporare uno dei frutti più delicati della stagione. Si gusta semplicemente fresca, appena raccolta, eliminando la buccia e i grossi semi centrali, ma trova impiego anche nella preparazione di confetture, gelatine, crostate, sorbetti, granite, mousse, succhi, macedonie e liquori artigianali. La sua naturale freschezza la rende perfetta anche in abbinamento con yogurt, ricotta, formaggi freschi, insalate estive e persino piatti di pesce, dove la lieve acidità contribuisce a bilanciare sapidità e grassezza. Dal punto di vista nutrizionale, il nespolo giapponese è un piccolo concentrato di salute. È composto per oltre l'85% da acqua, contiene poche calorie e rappresenta una buona fonte di vitamina A sotto forma di carotenoidi, vitamina C, potassio, magnesio e fibre alimentari. I carotenoidi contribuiscono alla salute della vista e della pelle, mentre la vitamina C sostiene il sistema immunitario e favorisce la sintesi del collagene. Le fibre aiutano la regolarità intestinale e aumentano il senso di sazietà, rendendo la nespola uno dei frutti più indicati durante la stagione calda. La presenza di polifenoli e composti antiossidanti contribuisce inoltre a contrastare lo stress ossidativo provocato dai radicali liberi. Nella medicina popolare orientale anche le foglie del nespolo trovavano impiego per la preparazione di infusi e decotti, tradizione che ancora oggi sopravvive in alcune culture asiatiche. In Italia, invece, la pianta è rimasta soprattutto il simbolo della convivialità familiare: il luogo dove i bambini si arrampicavano per raccogliere i frutti più maturi, dove i nonni insegnavano a distinguere quelli pronti dalla raccolta e dove spesso si improvvisavano le prime merende estive all'ombra della sua chioma. Il nespolo giapponese rappresenta anche un prezioso alleato della biodiversità domestica. La sua fioritura autunnale offre nutrimento agli insetti impollinatori in un periodo dell'anno povero di risorse floreali, mentre la sua chioma sempreverde contribuisce a mantenere vivo il paesaggio rurale anche durante l'inverno. Per questo motivo continua a essere una delle specie ornamentali e fruttifere più apprezzate nei giardini della Campania. Oggi, in un'epoca dominata da frutti perfetti ma spesso privi di identità, raccogliere una nespola direttamente dall'albero conserva un valore che va oltre il semplice gesto alimentare. È il sapore delle estati trascorse nelle campagne dell'Agro Nocerino-Sarnese, delle mani appiccicose di succo, delle nonne che preparavano la marmellata, dei cestini colmi lasciati sul tavolo della cucina e delle giornate trascorse all'ombra degli alberi. Un patrimonio di biodiversità, memoria e cultura contadina che continua, stagione dopo stagione, ad annunciare l'arrivo dell'estate con il colore dorato dei suoi frutti.
Leggi tutto

Lascia un commento

Cerca...