Nelle "sciuanelle" di Sant'Egidio il sapore ritrovato della cucina contadina

La specialità a base di farina bianca di granoturco e strutto torna protagonista

Annamaria Parlato 24/10/2026 0

Nata dalla cultura contadina e dalle necessità della cucina domestica, la sciuanella è una delle preparazioni tradizionali di Sant’Egidio del Monte Albino che oggi tornano a raccontare l’identità gastronomica dell’Agro nocerino-sarnese. Un impasto essenziale, a base di farina bianca o gialla di granoturco, strutto e a piacere un pizzico di pepe, legato alla memoria degli antichi forni a legna e a una cucina nella quale ogni gesto aveva una funzione precisa. Il nome, secondo la tradizione locale, richiama la consistenza molle e scivolosa dell’impasto, caratteristica che contribuisce a distinguerla anche sul piano visivo dagli scagliuozzi napoletani: questi ultimi, generalmente fritti, presentano una colorazione più dorata e una superficie croccante, mentre le sciuanelle conservano tonalità più chiare, legate alla farina impiegata e alla loro particolare lavorazione.

Due preparazioni accomunate dalla cultura gastronomica del mais, ma differenti per tecnica, consistenza e identità territoriale. L’impasto viene lavorato e cotto nel forno a legna, secondo una tecnica che restituisce un prodotto dalla consistenza caratteristica e dal colore ambrato. La semplicità degli ingredienti non deve trarre in inganno: come accade in molte preparazioni della cucina contadina, sono la lavorazione, le proporzioni e la modalità di cottura a determinare il risultato finale. La memoria gastronomica locale riconduce le origini della sciuanella anche alla preparazione delle pastiere di maccheroni pasquali, destinate alla cottura nei forni a legna.

Secondo questa tradizione, veniva utilizzata sia per testare la temperatura del forno sia per ricoprire la superficie delle teglie, formando uno strato protettivo utile a limitare l’azione diretta del calore e a evitare che le preparazioni si bruciassero. La sciuanella si inseriva, dunque, in un contesto di lavorazioni e consuetudini familiari nel quale nulla andava sprecato. La ricostruzione della sua funzione originaria appartiene alla memoria gastronomica tramandata nel territorio e merita di essere conservata attraverso le testimonianze delle famiglie e di chi continua a custodire le ricette tradizionali.

Il confronto con gli scagliuozzi napoletani è immediato, soprattutto per la comune presenza della farina di mais. Gli scagliuozzi sono tipiche porzioni di polenta tagliate in forme generalmente irregolari e fritte, diffuse nella tradizione gastronomica partenopea e spesso consumate come street food. La sciuanella di Sant’Egidio del Monte Albino presenta, invece, caratteristiche proprie. La consistenza molle e scivolosa, che però poi si compatta in cottura, richiamata anche dal nome secondo la tradizione locale, e il colore più bianco la distinguono dagli scagliuozzi, che dopo la frittura assumono una tonalità dorata e una crosta croccante.

Dopo la preparazione, l’impasto viene tagliato in rettangoli della larghezza di circa tre-quattro centimetri, una forma semplice e funzionale che caratterizza la presentazione delle sciuanelle. Il taglio consente di ottenere porzioni facilmente servibili, adatte a essere accompagnate da zuppe e legumi, secondo una consuetudine gastronomica che valorizza la sostanza degli ingredienti e la praticità della cucina contadina. La sciuanella si inserisce in una tradizione culinaria nella quale il mais ha rappresentato una risorsa importante per l’alimentazione popolare. La farina di granoturco permetteva di ottenere preparazioni sostanziose attraverso procedimenti relativamente semplici, adattabili alle disponibilità delle famiglie e alle attrezzature delle cucine domestiche.

Oggi questa specialità può essere valorizzata anche attraverso interpretazioni contemporanee. La sua consistenza e il sapore caratteristico la rendono adatta ad accompagnare piatti caldi a base di legumi, creando un contrasto con la cremosità delle zuppe. Eventuali ulteriori lavorazioni, come la frittura dei pezzi, devono essere considerate varianti rispetto alla preparazione tradizionale legata al forno a legna. La riscoperta della sciuanella si inserisce in un più ampio percorso di valorizzazione del patrimonio gastronomico dell’Agro nocerino-sarnese, dove le ricette di famiglia, le tecniche artigianali e gli ingredienti della tradizione costituiscono una parte importante dell’identità locale. A Sant’Egidio del Monte Albino, la manifestazione "I Cortili della Storia" rappresenta un’occasione per riportare al centro dell’attenzione le consuetudini alimentari del territorio, affiancandole alla memoria degli antichi mestieri e alla valorizzazione del centro storico.

L’iniziativa offre ai visitatori la possibilità di conoscere preparazioni legate alla cucina popolare e di ritrovare sapori che, con il cambiamento delle abitudini alimentari, rischiano di perdere spazio nella quotidianità. In questo contesto, le sciuanelle vengono riproposte accompagnate da fagioli a zuppa, in un abbinamento che restituisce il senso originario della cucina contadina: pochi ingredienti, lavorazioni essenziali e un equilibrio costruito sulla complementarità delle consistenze. La struttura della sciuanella incontra la cremosità dei legumi, mentre la componente amidacea del mais contribuisce a rendere il piatto sostanzioso e appagante. La pietanza però trova una collocazione particolarmente interessante anche nella cucina autunnale e invernale.

La presenza della farina di granoturco e dello strutto le conferisce un profilo sostanzioso, adatto a una tavola che, con l’abbassarsi delle temperature, torna a privilegiare zuppe, legumi, ortaggi di stagione e preparazioni dalla maggiore intensità gustativa. L’abbinamento con porcini, chiodini e altre varietà adatte alla cottura in umido possono accompagnare la sciuanella, soprattutto quando vengono preparati con erbe aromatiche e una moderata componente grassa. Le note boschive e la consistenza carnosa dei funghi dialogano con il carattere rustico del mais, dando vita a una combinazione che richiama i profumi del sottobosco.

Il medesimo principio può essere applicato alle verdure autunnali e invernali. Cicoria, scarola e cavoli, lessati o ripassati in padella, introducono una componente vegetale capace di bilanciare la ricchezza dello strutto. Gli ortaggi dal gusto amarognolo, in particolare, contribuiscono a creare un equilibrio sensoriale interessante, evitando che la componente grassa risulti predominante. Un’altra possibilità è rappresentata dalle castagne, protagoniste della tavola autunnale. La loro dolcezza naturale può integrarsi con le note del mais, soprattutto quando la sciuanella viene accompagnata da funghi o legumi. L’abbinamento richiede attenzione alle proporzioni, perché la componente dolce della castagna potrebbe diventare dominante se associata a preparazioni già particolarmente ricche.

Dal punto di vista enologico, la sciuanella può essere accompagnata da vini rossi, soprattutto quando viene servita con fagioli, funghi, castagne o verdure ripassate. La scelta deve tenere conto della preparazione nel suo complesso: la presenza dello strutto, la consistenza dell’impasto e l’eventuale aggiunta di ingredienti sapidi o aromatici incidono sull’equilibrio dell’abbinamento. Un rosso giovane, di medio corpo e con tannini non troppo aggressivi può accompagnare la sciuanella servita con legumi e verdure, senza sovrastarne il profilo gustativo. Una buona freschezza contribuisce a equilibrare la componente grassa, mentre una trama tannica moderata evita contrasti eccessivi con la consistenza dell’impasto. In presenza di funghi e castagne, può essere interessante orientarsi verso un vino morbido, dotato di una componente fruttata capace di sostenere le note terrose della preparazione. Il vino dovrebbe accompagnare il piatto senza coprirne i sapori più delicati, mantenendo un equilibrio tra intensità aromatica e struttura.

In sintesi, riscoprire questa specialità significa restituire dignità a una cucina fatta di sapienza domestica, stagionalità e rispetto per le materie prime. Una cucina nella quale nulla era superfluo e nella quale anche una preparazione semplice a base di mais e strutto poteva diventare, attraverso il tempo e la memoria collettiva, un simbolo della comunità. La sciuanella è oggi un tassello della cultura gastronomica dell’Agro nocerino-sarnese da preservare, raccontare e tramandare, affinché il recupero delle tradizioni non si esaurisca nella rievocazione, ma continui a vivere sulle tavole.

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Annamaria Parlato 21/02/2026

Mandarini e clementine: l'oro arancione dell'Agro nocerino-sarnese
Nel 1816, nel prestigioso Real Orto Botanico di Napoli, venne piantato il primo mandarino giunto in Italia dalla Cina, segnando l’inizio di una diffusione agrumicola che avrebbe trovato in Campania uno dei suoi habitat più felici; da quel momento, il Citrus Deliciosa, coltivato anche nel Parco di Capodimonte, divenuto fiore all’occhiello dei Borbone nel “Real orto delle delizie”, iniziò ad adattarsi ai microclimi costieri e vallivi del Mezzogiorno e, nell’Agro Nocerino-Sarnese, tra terreni vulcanici, brezze mitigate dalla vicinanza del mare e inverni temperati, sviluppò caratteristiche organolettiche peculiari, evolvendosi accanto a una clementina con semi che, a differenza delle moderne selezioni apirene da grande distribuzione, conserva un patrimonio genetico fertile e una spiccata identità territoriale. Il mandarino, specie botanica pura, presenta frutto leggermente schiacciato, buccia sottile facilmente distaccabile, polpa succosa e presenza naturale di semi variabili secondo l’impollinazione, con equilibrio gustativo tra dolcezza e acidità; la clementina con semi dell’Agro, ibrido stabile derivato da incroci tra mandarino e arancio, si distingue per dolcezza più marcata, profilo aromatico intensamente floreale, buccia ricca di oli essenziali e semi ben evidenti, espressione di impollinazione naturale e biodiversità non standardizzata. Il territorio che parte da Corbara e arriva Pompei offre suoli fertili e drenanti, che consentono maturazioni lente e accumulo graduale di zuccheri e composti aromatici, generando frutti meno omologati ma più complessi rispetto alle varietà commerciali selezionate per resa, assenza di semi, lunga conservabilità e uniformità estetica; qui la coltivazione prevede diradamento primaverile per concentrare qualità e pezzatura, gestione fitosanitaria integrata, raccolta manuale con cesoie per preservare il peduncolo e raccolte scalari tra dicembre e marzo, così da cogliere il frutto al punto ottimale di maturazione fisiologica. Il profilo aromatico di queste varietà esprime note di arancia dolce, fiori d’arancio, mandorla fresca e una vena agrumata persistente, che rende la polpa ideale non solo per il consumo fresco ma anche per applicazioni gastronomiche raffinate: insalate con finocchi e olive nere, accompagnamento a carpacci di pesce, emulsioni per carni bianche, canditure artigianali e soprattutto marmellate ad alta intensità aromatica, dove la naturale pectina contenuta nella parte bianca della buccia e nei semi consente una gelificazione spontanea senza additivi industriali, restituendo un prodotto fedele al frutto e al territorio. Ricetta della marmellata di mandarino e clementina con semi (senza pectina) Per un chilogrammo di frutta pulita occorrono 800 grammi di zucchero e il succo di un limone; si lavano accuratamente i frutti, si sbucciano conservando parte della scorza se si desidera una nota leggermente amaricante, si elimina l’eccesso di semi, tenendone alcuni racchiusi in una garza per favorire la naturale estrazione di pectina, quindi si taglia la polpa a pezzi e si pone in una casseruola dal fondo spesso con poca acqua e il succo di limone, lasciando sobbollire per circa trenta minuti; si aggiunge lo zucchero, si abbassa la fiamma e si prosegue la cottura lenta per altri quaranta-cinquanta minuti, mescolando e schiumando, verificando la consistenza con la prova del piattino freddo finché la marmellata non vela e scivola lentamente, quindi si invasetta ancora bollente in contenitori sterilizzati, si chiude ermeticamente e si capovolge fino a completo raffreddamento, ottenendo una preparazione intensa, agrumata e profondamente identitaria dell’Agro Nocerino-Sarnese. La sua componente zuccherina, sostenuta da una viva acidità e da una lieve trama tannica derivante dalla buccia, trova un equilibrio ideale con la dolcezza lattica della ricotta di bufala campana DOP, creando un contrasto elegante in cui l’agrume pulisce il palato e amplifica la freschezza del latte; altrettanto interessante è l’incontro con la mozzarella di bufala campana DOP, soprattutto a temperatura ambiente, dove la succosità della pasta filata si intreccia con il profumo intenso degli oli essenziali della scorza. Quando si passa a formaggi più strutturati, la marmellata diventa elemento di bilanciamento: con il provolone del monaco DOP stagionato, dalle note di frutta secca e dalla piccantezza progressiva, l’agrume addolcisce e allo stesso tempo esalta la complessità aromatica; con il caciocavallo silano DOP, specie nelle versioni più mature, si crea un gioco armonico tra dolcezza e sapidità, che prolunga la persistenza gustativa; ancora più deciso l’abbinamento con il pecorino o caprino, la cui impronta minerale e intensa viene ammorbidita dalla confettura, generando un equilibrio tra forza e delicatezza. Oltre ai formaggi, la marmellata si integra perfettamente con altri ingredienti identitari: le nocciole tostate di Giffoni aggiungono una componente croccante e oleosa che dialoga con l’agrume, il pane cafone vesuviano a lievitazione naturale ne sostiene la struttura, grazie alla crosta spessa e alla mollica alveolata, e l’aggiunta di burro vaccino – preferibilmente artigianale, a centrifuga, con buona percentuale lipidica – introduce una matrice grassa, aumentando persistenza e rotondità. Anche con salumi locali come capocollo o soppressata dolce la marmellata funziona per contrasto, sgrassando il palato e riportando equilibrio.
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Annamaria Parlato 29/09/2026

"Pio's" a Scafati, da girarrosto di famiglia al format del pollo: apre al Nord
Nel 1991, a Scafati, bastavano una piccola veranda affacciata sulla strada, un girarrosto e il profumo del pollo che cuoceva lentamente per dare inizio a una storia destinata a durare più di trent’anni. C’era Pio Attianese, c’era sua mamma ai fornelli e c’era un’attività ancora lontana dall’attuale format Pio’s Chicken: un girarrosto di quartiere costruito sul pollo, sulle patate e sulla cucina di casa. Da quella prima esperienza è iniziato un percorso fatto di cambiamenti e ripartenze. Nel 2015 Pio vende il locale, continuando però a lavorarci, e apre poco distante un punto dedicato all’asporto. Successivamente riacquista l’attività originaria e riparte anche dal vecchio forno delle pizze della precedente gestione. È proprio sperimentando con quel forno che nasce il “pollo scoppiettato”, una cottura ad alta temperatura che rende la pelle particolarmente croccante e diventa nel tempo una delle preparazioni simbolo dell’insegna. Nel 2016 il “Girarrosto da Pio” diventa “Pio’s Pub”. Tre anni dopo entra in maniera strutturata la seconda generazione: Adriana assume il ruolo di amministratrice, Nicola segue il takeaway e Giuseppe si occupa del brand. È il momento in cui l’attività familiare comincia a trasformarsi in un progetto organizzato anche dal punto di vista dell’identità e dello sviluppo. Nel 2023 arriva un nuovo passaggio: il pub lascia spazio al “Ristorante di pollo”. La scelta è netta e definisce il posizionamento di Pio’s: il pollo non è più una delle proposte del menù, ma il prodotto intorno al quale viene costruita l’intera offerta. Il pollo allo spiedo rimane il riferimento più immediato e il legame con la storia del locale, ma accanto alla versione tradizionale con le patate trova spazio lo Scoppiettato, proposto in diverse interpretazioni. Dalla versione classica si passa alla Special One, con pancetta croccante e provola, fino a combinazioni con rucola, pomodorini, parmigiano o preparazioni ispirate alla cacciatora. La stessa materia prima cambia poi registro nei panini. Il menù comprende hamburger homemade di pollo impanato, tender, provola, bacon, verdure e diverse salse. Tra le proposte ci sono il Pio’s Chicken Burger, con pollo impanato, Monterey Jack, bacon, insalata e barbecue al miele, e il Crunch Pio’s Burger, costruito intorno a un tender di pollo fritto, provola, pomodoro, insalata e salsa fresh. La proposta crispy si completa con nuggets, chicken balls e wings. È un modo per allargare il pubblico e i momenti di consumo senza uscire dal perimetro del format: il pollo allo spiedo resta legato alla tradizione del girarrosto, mentre burger e fried chicken intercettano il linguaggio dello street food e del fast casual. La sperimentazione, però, non si ferma al salato. Durante l’estate Pio’s ha proposto un dessert costruito proprio sull’effetto sorpresa: una preparazione esternamente panata, dorata e croccante, dall’aspetto simile a quello di un tender di pollo. All’interno, invece, gelato al fiordilatte e un cuore di caramello. Il risultato è un gioco sull’apparenza: la forma e la panatura richiamano immediatamente il mondo del pollo fritto, mentre il ripieno porta in tutt’altra direzione. Una proposta stagionale che sintetizza bene la volontà del brand di lavorare anche sulle consistenze e sulla sorpresa, senza prendersi troppo sul serio. Il passaggio generazionale rimane comunque il filo conduttore del progetto. Pio ha costruito l’attività partendo dal girarrosto e dalla cucina della madre; i figli hanno raccolto quell’esperienza, portandola dentro una struttura più articolata, fatta di immagine coordinata, takeaway, delivery, food truck e sviluppo del format. Il franchising rappresenta oggi una delle direttrici indicate dall’azienda per la crescita. Ed è proprio la crescita a rendere Pio’s un caso interessante nel panorama della ristorazione campana. Il marchio è partito da Scafati e ha sviluppato nuove sedi in Campania, tra cui Sorrento e Gragnano. A queste si aggiunge la recente apertura di Alessandria, primo step del format fuori dalla regione. Il passaggio dalla Campania al Piemonte è significativo perché porta un modello nato nell’Agro Nocerino-Sarnese in un mercato geograficamente e culturalmente diverso, mantenendo però invariata la struttura dell’offerta: pollo allo spiedo, scoppiettato, panini e proposte crispy. La sfida, per un format costruito su una storia familiare molto legata al territorio, è ora quella della crescita: replicare un’identità senza renderla impersonale, partendo un prodotto semplice per elaborare un’identità abbastanza forte da poter viaggiare, senza perdere il legame con il luogo e con la famiglia da cui tutto è partito.
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Redazione Sarno 24 25/06/2025

Riprende il tour del Baccalà Village con le tappe di Sarno e Nocera Superiore
Dopo il successo delle precedenti edizioni, riparte il tour del gusto targato Baccalà Village, l’evento itinerante ideato dallo chef “scellato” Antonio Peluso, patron della rinomata Locanda del Baccalà di Marcianise. Un’esperienza che unisce cibo, cultura e natura, e che anche quest’anno porterà in scena uno dei grandi protagonisti della cucina mediterranea: il baccalà. La prima tappa del tour si terrà nel suggestivo Parco Fluviale Cinque Sensi, in via Foce 20 a Sarno, da venerdì 27 a domenica 29 giugno 2025, immersi nel verde di un’area picnic attraversata da un ruscello naturale. Tre giorni per vivere una vera festa del gusto all’aria aperta, con proposte accessibili a tutti, in una location unica. Dopo Sarno, il Baccalà Village proseguirà con la tappa di Nocera Superiore (1-2-3 agosto), nella suggestiva cornice degli scavi archeologici e con il patrocinio del Comune.
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