Tradizione e genuinità in "Gusta Contrade" a San Valentino Torio

L'evento si svolge oggi e domani alla frazione Casatori, nel piazzale del complesso parrocchiale

Redazione Sarno 24 04/05/2024 0

Oggi e domani, fine settimana 4-5 maggio, con inizio alle ore 21:00, è in programma a San Valentino Torio la dodicesima edizione di "Gusta Contrade". Nel piazzale del complesso parrocchiale, alla frazione Casatori, un percorso gastronomico di arte del gusto, tradizione e genuinità. In degustazione, pizza e graffa fritta. Domenica 5 maggio, concerto dei Bam Funk.

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Annamaria Parlato 24/01/2025

La verza tardiva di Sarno è un tesoro d'inverno, unisce storia e salute
La verza tardiva di Sarno (Brassica oleracea var. sabauda), appartenente alla famiglia delle Brassicaceae, si distingue per le sue caratteristiche uniche. Questo cavolo dal sapore intenso rappresenta una tradizione agricola che si intreccia con la storia della Valle del Sarno, un territorio noto per la sua fertilità e il legame profondo con la terra. Si presenta con una testa compatta e foglie sovrapposte di un verde intenso all'esterno, che sfuma verso un verde più chiaro o giallastro al centro. Le foglie sono increspate e spesse, con una consistenza croccante che le rende ideali per diverse preparazioni culinarie. Il sapore è ricco e leggermente dolce, con una nota terrosa che esprime tutta la genuinità di questo ortaggio. La capacità della verza di adattarsi alle basse temperature la rende particolarmente indicata per i climi invernali, periodo in cui raggiunge la sua piena maturazione. La coltivazione della verza tardiva di Sarno segue un ciclo preciso, che sfrutta al meglio le caratteristiche del clima locale. La semina avviene in autunno, generalmente tra settembre e ottobre. In questa fase, i semi vengono piantati in terreni fertili e ben drenati, preparati con tecniche tradizionali che rispettano l'ambiente. I semi vanno coperti con uno strato di terra e mantenuti umidi durante il periodo di germinazione. Dopo alcune settimane dalla semina, le piantine vengono trasferite in campo aperto, dove continueranno il loro sviluppo fino alla maturazione. La raccolta avviene nei mesi invernali, tra dicembre e febbraio, quando la verza raggiunge la piena maturazione. Questo periodo è cruciale per ottenere un prodotto di qualità, poiché le basse temperature contribuiscono a esaltare il sapore e la croccantezza delle foglie. La storia della verza ha origini antichissime, risalenti alle civiltà mediterranee. Forse ebbe origine nell'antico Medio Oriente, diffondendosi successivamente in Europa e in altre parti del mondo attraverso le rotte commerciali e le migrazioni. I Greci e i Romani adottarono la verza nella loro dieta, utilizzandola sia come alimento sia come rimedio naturale. In particolare, i Romani consideravano il cavolo un simbolo di forza e salute, utilizzandolo per curare ferite e disturbi gastrointestinali. Con il passare dei secoli, la coltivazione della verza si è diffusa in tutta Europa, diventando un alimento essenziale durante i mesi invernali per le sue proprietà di lunga conservazione. Nel sarnese, già in epoca borbonica, la verza tardiva era nota per la sua capacità di resistere alle gelate invernali e veniva apprezzata come ingrediente essenziale nella cucina povera, quando la conservazione dei cibi era una sfida quotidiana. La verza, con il suo ciclo di crescita tardivo e il bisogno di terreni ricchi d'acqua, ha trovato in questa zona un habitat ideale, grazie all'abbondanza delle sorgenti naturali e al microclima unico. È un alimento estremamente ricco di nutrienti e povero di calorie, il che lo rende ideale per una dieta equilibrata. Spiccano la vitamina C, fondamentale per il sistema immunitario, e la vitamina K, importante per la salute delle ossa e la coagulazione del sangue; contiene composti come i polifenoli e il sulforafano, che aiutano a combattere lo stress ossidativo, promuove attraverso le fibre la salute intestinale e contribuisce a mantenere sotto controllo i livelli di colesterolo. È ricca di potassio, ferro e calcio, essenziali per il funzionamento del sistema muscolare e nervoso. Un piatto semplice e genuino che valorizza al meglio il sapore intenso della verza è la zuppa di riso, patate e verza. Ingredienti: 1 verza tardiva di Sarno (circa 600 g), 2 patate medie, 200 g di riso Arborio o Carnaroli, 1 cipolla, 2 spicchi d'aglio, Olio extravergine d'oliva q.b., Sale e pepe q.b., Brodo vegetale (circa 1 litro), Peperoncino (facoltativo). Preparazione: 1. Lavate accuratamente la verza, rimuovendo le foglie più esterne e tagliandola a striscioline sottili. 2. Pelate le patate e tagliatele a dadini. 3. In una pentola capiente, soffriggete la cipolla tritata e l'aglio schiacciato con un filo d'olio extravergine. 4. Aggiungete le patate e la verza, mescolando per insaporire il tutto. 5. Versate il brodo vegetale caldo e lasciate cuocere a fuoco medio per circa 20 minuti. 6. Unite il riso e continuate la cottura, mescolando di tanto in tanto, fino a quando il riso sarà al dente. 7. Regolate di sale e pepe, aggiungendo un pizzico di peperoncino, se gradito. 8. Servite caldo, con un filo di olio a crudo, per esaltare i sapori, e formaggio grattugiato a piacere. In un'epoca in cui i prodotti industriali dominano i mercati, sostenere questa eccellenza agricola significa non solo preservare l’autenticità di un territorio, ma anche valorizzare una cultura che guarda al futuro con le radici ben salde nel passato.
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Annamaria Parlato 11/05/2026

Tecnica, design, contaminazioni d'autore: la pizza di NastiEat a Nocera Inferiore
Dopo otto anni dalla sua apertura, NastiEat continua a rappresentare una delle realtà più dinamiche e identitarie del panorama pizza campano contemporaneo. NastiEat supera il concetto tradizionale di pizzeria, trasformandosi in uno spazio di ricerca gastronomica dove tecnica, territorio e creatività si intrecciano in una proposta capace di unire l’anima popolare della pizza a suggestioni e contaminazioni proprie della cucina d’autore. La serata del 6 maggio 2026, andata in scena tra i tavoli gremiti del locale di Nocera Inferiore, dinanzi alla stampa di settore, ne è stata la conferma più evidente: un percorso degustativo costruito insieme allo chef Enrico Ruggiero, firma del ristorante NEXST di Villa La Rondinaia a Ravello, che ha trasformato la pizza in una raffinata esperienza narrativa. Dietro il progetto NastiEat c’è la visione di Christian Nasti, pizzaiolo giovane ma già fortemente riconoscibile per stile e personalità. Dal 2018, Christian porta avanti un’idea precisa di pizza: contemporanea, tecnica, leggera, ma profondamente ancorata ai sapori del territorio dell’Agro Nocerino. Un percorso costruito anche grazie all’intuizione imprenditoriale del padre Michele, storico operatore del settore food e gestore di attività tra bar e pub con sua moglie Maria, che ha progettato personalmente gli ambienti di quella che oggi molti clienti definiscono “l’atelier della pizza”. L’impatto visivo del locale racconta immediatamente questa filosofia. NastiEat è infatti anche un birrificio artigianale e proprio l’impianto produttivo della birra, ben visibile all’interno della sala, diventa parte integrante dell’esperienza estetica. Acciaio, tubature, fermentatori e dettagli industriali dialogano con legno, luci soffuse e superfici contemporanee, creando un affascinante equilibrio dal gusto postindustriale. Nel corso del tempo, il pizzaiolo nocerino ha affinato una filosofia di impasto che punta su maturazioni lunghe, grande digeribilità e una ricerca costante sull’equilibrio tra struttura e leggerezza. Le sue pizze conservano un’anima artigianale evidente: cornicioni mai eccessivi, alveolature regolari, fragranza esterna e scioglievolezza interna. L’impasto, soprattutto nelle versioni fritte e nei padellini, dimostra una gestione tecnica di assoluto livello, capace di sostenere topping importanti senza perdere eleganza. "Negli anni abbiamo capito che la pizza può diventare un mezzo straordinario per raccontare il territorio e la stagionalità - racconta Christian Nasti - per questo stiamo puntando sempre di più sulle collaborazioni con gli chef: ci permettono di uscire dagli schemi classici, studiare nuovi topping e offrire ai clienti esperienze diverse senza mai perdere l’identità dell’impasto e della pizza napoletana". Per Nasti, il confronto con il mondo dell’alta cucina rappresenta anche una naturale evoluzione professionale: "La pizza oggi non è più soltanto comfort food. Il pubblico è curioso, vuole essere sorpreso con tecnica, equilibrio e ricerca sugli ingredienti. Noi lavoriamo ogni giorno per mantenere quell’anima artigianale che ci contraddistingue da otto anni, ma con uno sguardo sempre contemporaneo". La cena-evento del 6 maggio ha evidenziato proprio questa capacità di dialogo tra tecnica pizzaiola e cucina d’autore. La frittatina di pasta alla Nerano ha aperto il percorso con una comfort experience solo apparentemente semplice: lo spaghettone di Gragnano, le zucchine e il provolone del monaco creavano una trama cremosa e intensa, alleggerita dalla precisione della frittura e accompagnata dalla freschezza minerale della Falanghina del Sannio ORO DOP VSQ Brut . Ma è sulle pizze che il lavoro a quattro mani tra Christian Nasti ed Enrico Ruggiero ha espresso il meglio. La “Verde Partenopea”, montanara fritta e poi passata al forno, è stata probabilmente il manifesto della serata: un gioco calibratissimo tra la componente vegetale della scarola riccia, la sapidità delle alici Armatore, la cremosità della stracciata e l’affondo iodato della mayo al nero di seppia. Una pizza stratificata, contemporanea, ma leggibile, fragrante, dove ogni ingrediente trovava il proprio spazio senza sovrastare l’impasto. Di forte impatto anche la “Margherita Speciale” a ruota di carro, esercizio di apparente classicità che metteva invece in luce tutta la maturità tecnica raggiunta da Nasti: disco ampio, sottile, elastico, con una cottura uniforme e un equilibrio perfetto tra pomodoro, latticino affumicato, pepe e componente panificata. La pizza in pala “Essenza di Parmigiana” ha invece raccontato il lato più gastronomico della collaborazione. Qui la parmigiana di melanzane veniva destrutturata e ricomposta attraverso consistenze differenti: crema, spuma, melanzana in paglia super croccante, pomodorini semi dry e basilico. Il risultato era una pizza quasi “da degustazione”, dove l’impasto in pala, fragrante e arioso, diventava supporto ideale per una costruzione dal respiro fine dining. “Terra Nobile” ha infine chiuso il segmento salato con un carattere più deciso e territoriale: provola affumicata, peperoncini verdi all’aglio orsino, lardo della Macelleria del Centro Storico di San Marzano sul Sarno e pepe lungo dialogavano con le note balsamiche dell’aceto riserva e con la dolcezza vegetale del fiore di zucca essiccato. Un vero capolavoro godibile anche nei mesi estivi. In abbinamento alle ultime tre pizze Ottouve di Salvatore Martusciello Gragnano Penisola Sorrentina DOP. Sulla stessa linea anche lo chef Enrico Ruggiero, che ha sottolineato il valore creativo dell’incontro tra cucina e arte bianca: "Lavorare con Christian è stato stimolante perché abbiamo cercato di costruire pizze che non fossero semplicemente elaborate, ma armoniche. L’obiettivo era trasferire sulla pizza alcune sensibilità dell’alta ristorazione, rispettando però la centralità dell’impasto e la sua leggerezza. La pizza è un supporto straordinario perché permette di giocare su consistenze, temperature e contrasti in modo molto diverso rispetto a un piatto tradizionale. In questa serata abbiamo cercato di creare un percorso che raccontasse la Campania attraverso ingredienti riconoscibili, ma interpretati con maggiore profondità gastronomica". Anche il dessert ha confermato la coerenza dell’intero percorso: il padellino dolce con impasto all’olio extravergine d’oliva, micro fiocchi di sale, ganache al cioccolato fondente e arancia, accompagnato dal liquore al fico del Cilento, ha chiuso la degustazione con eleganza e meraviglia. Quella andata in scena da NastiEat ha rappresentato la fotografia nitida di una nuova idea di pizzeria contemporanea: un luogo dove impasti, cucina, design, territorio e creatività riescono a convivere in modo naturale senza perdere autenticità. Christian Nasti continua così a consolidare il proprio percorso con una visione sempre più matura, capace di trasformare la pizza in esperienza gastronomica completa, senza mai dimenticare la componente conviviale e popolare che la rende universale.
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Annamaria Parlato 19/10/2024

Da Nuceria Paganorum all'araldica, la noce è alimento nobile nell'Agro
Nocera dei Pagani, o Nuceria Paganorum, era il nome di una civitas esistita tra il XVI secolo e il 1806, comprendente l'attuale territorio di cinque comuni: Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani, Sant'Egidio del Monte Albino e Corbara. Questo territorio faceva parte dell'antica Nuceria Alfaterna e in passato aveva dominato la piana del Sarno, arrivando fino a Stabia e Pompei. Il nome "Nocera dei Pagani" appare per la prima volta nel XVI secolo, legato alla famiglia Pagano, signori del borgo medievale di Cortimpiano (oggi Pagani). La crescente importanza della famiglia portò al cambiamento del nome da Nocera dei Cristiani a Nocera dei Pagani. La civitas di Nocera dei Pagani era divisa in due dipartimenti: Nocera Soprana, comprendente i casali che avrebbero dato origine a Nocera Inferiore e Nocera Superiore, e Nocera Sottana, composta dalle università di Sant'Egidio, Pagani e Corbara. Queste università (equivalenti ai Comuni odierni) godevano di autonomia politica ed economica, con sindaci, parlamenti e magistrati propri. Ogni anno, in agosto, gli abitanti maschi maggiorenni eleggevano in assemblea un sindaco e alcuni membri, equiparabili agli attuali assessori. Nocera Sottana, inoltre, eleggeva un sindaco universale che, insieme ai due sindaci universali di Nocera Soprana, formava un triumvirato responsabile delle questioni comuni alla confederazione. Ciascuna università possedeva un proprio demanio, costituito da case, terre e boschi, oltre a un demanio comune alla città, composto principalmente da selve che occupavano gran parte del territorio. Nelle selve il noce era la cultivar predominante assieme alla quercia, tanto da assumere una certa importanza sia nell’economia locale sia nella storia dei comuni, attraverso l’araldica. A Sant’Egidio del Monte Albino, a partire dal XVI secolo, avveniva l’elezione del Sindaco, dopo il saluto del rappresentante del Governatore della Città di Nocera, dinnanzi alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, col sistema delle fave e delle noci deposte in un sacchetto sul sagrato dell’Abbazia di Santa Maria Maddalena in Armillis. Lo stemma di Nocera dei Pagani ha una lunga e complessa storia legata all'evoluzione del territorio e delle sue comunità. Il simbolo principale è un albero di noce sradicato, che rappresenta un tipico esempio di "stemma parlante", dove l'elemento araldico richiama il nome del luogo o della famiglia, in questo caso il noce (latino: nux) e Nocera. Tuttavia, il nome Nocera ha un'etimologia diversa, legata probabilmente all'antico nome della città romana Nuceria Alfaterna. L'uso dello stemma con l'albero di noce risale ufficialmente al XVI secolo, ma la sua origine è più antica. Lo stemma, infatti, deriverebbe dal blasone della famiglia dei Conti di Nocera, un'importante casata locale nata dai Dauferidi nel XI secolo, che governava su vaste porzioni del territorio. La rappresentazione dell'albero di noce nello stemma divenne quindi il simbolo identificativo della città di Nocera dei Pagani. Esistono diverse versioni dello stemma, riportate da vari autori. Il De' Santi, nella sua opera "Memorie delle famiglie nocerine", descrive lo stemma originale come uno scudo dorato con un albero di noce al naturale. Tuttavia, una versione più diffusa vede lo stemma su fondo azzurro, con frutti d'oro pendenti dai rami. Un'altra versione dello stemma, riportata da Monsignor Lunadoro e dal Maruggi, raffigura una donna in abito purpureo che ferisce con un ferro un giovane addormentato in un letto, richiamando un racconto del greco Dositeo, riportato da Plutarco, sulle origini di Nocera. Questa versione è meno certa storicamente. Lo stemma di Nocera dei Pagani si è poi evoluto, dando origine agli stemmi attuali delle città nate dalla suddivisione di Nocera dei Pagani, tutti con l’albero del noce: Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani e Sant'Egidio. Rappresentazioni scultoree dello stemma con il noce si trovano in vari luoghi storici del territorio, tra cui edifici religiosi e civili a Nocera Inferiore, Nocera Superiore e Pagani, come la chiesa del Corpo di Cristo, il Convento di Santa Maria degli Angeli e il campanile del Convento di Sant'Antonio. Oggi la noce è un prodotto largamente diffuso sul territorio dell’Agro e la varietà utilizzata è quella Sorrento. Conosciuta per la qualità del suo frutto e per le sue eccellenti caratteristiche organolettiche, la Sorrento ha una lunga tradizione di coltivazione in Campania, tanto da essere diventata un simbolo dell'agricoltura locale. Ha una forma ovale allungata, con un guscio sottile ma resistente, che la rende facile da rompere. La dimensione è generalmente media, ma il frutto risulta di alta qualità. Il guscio è chiaro, liscio e uniforme, particolarmente apprezzato per la facilità con cui può essere aperto. Il gheriglio (la parte commestibile) è di colore chiaro, di forma regolare e si stacca facilmente dal guscio. Ha un sapore delicato, leggermente dolce e molto piacevole, ricco di oli essenziali che conferiscono un aroma caratteristico. Il gheriglio di questa varietà è particolarmente apprezzato perché si presenta integro dopo la rottura del guscio, una caratteristica importante per il consumo diretto e l’uso culinario. Questa varietà è molto apprezzata sia per il consumo diretto, sia nell’industria dolciaria e gastronomica. Le noci Sorrento vengono utilizzate nella preparazione di dolci tradizionali campani, come le torte di noci, ma anche in liquori e condimenti. Grazie al suo sapore delicato, la noce Sorrento si presta bene anche a essere abbinata a formaggi, insalate e piatti a base di carne. Le noci erano spesso consumate al naturale, sia fresche appena raccolte (periodo settembre-ottobre), sia dopo l’essiccazione. La noce fresca era più morbida e dal sapore delicato, mentre quella secca aveva una consistenza più croccante e poteva essere conservata per lunghi periodi, soprattutto durante i mesi invernali quando gli altri alimenti freschi scarseggiavano. La capacità di conservarsi a lungo le rendeva una risorsa importante nelle dispense delle famiglie. Le noci, oltre ad essere apprezzate per il loro valore alimentare, erano un tempo protagoniste di vari giochi tradizionali praticati dai bambini, soprattutto in contesti rurali. Il noce ha una presenza significativa nella letteratura e nella poesia di varie epoche, spesso simbolo di saggezza, fertilità, mistero e longevità. Esempio significativo le poesie di Giovanni Pascoli, incluse nella raccolta "Primi Poemetti", in cui il noce diventa simbolo di protezione familiare e rifugio sicuro sotto cui la vita continua il suo ciclo naturale. Le poesie riflettono il tema pascoliano della "memoria dell'infanzia" e del ritorno alle radici, dove il noce è testimone delle vicende umane e parte integrante di un paesaggio che è al tempo stesso fisico e interiore. Grazie alla sua figura imponente, il noce è stato associato anche a leggende e miti, in particolare quelli legati alla magia e alla stregoneria. Sempre in Campania, il celebre "Noce di Benevento" è un simbolo leggendario legato a storie di streghe e riti esoterici. Le streghe si radunavano, secondo la tradizione, sotto l'ombra di un grande noce per celebrare i loro sabba.
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