Violetto e Pignatella, i carciofi di Castellammare e dell'Agro Nocerino-Sarnese

La Campania è rinomata per la produzione di carciofi, che si differenziano da provincia a provincia

Annamaria Parlato 27/04/2024 0

Il carciofo di Castellammare, chiamato anche “violetto” o “carciofo di Schito”, si presenta come privo di spine, tenerissimo, con le foglie esterne che vanno a degradare dal rosa al viola, con grandi infiorescenze rotonde. La sua origine affonda le radici nell’epoca romana: una frazione di Castellammare di Stabia, Schito, era considerata al tempo particolarmente vocata all’orticoltura. Prova ne è che la zona, non lontana da Pompei, era identificata con il toponimo “orti di Schito”. Questo carciofo ha una maturazione molto precoce, infatti si raccoglie nel periodo compreso tra febbraio e maggio, anche se a marzo iniziano a spuntare le cosiddette “mammarelle”, ossia i capolini centrali. In epoca borbonica, era soprannominato “primaticcio”, come si evince da svariati manuali di agricoltura.

Il carciofo Pignatella assume questo buffa denominazione per la particolare tecnica di coltivazione. E’ tipico dell’Agro Nocerino-Sarnese e dell’area vesuviana. La “pignatella” è un recipiente di terracotta, simile ad una tazza senza il manico, che si utilizza come copri-capolino, dal momento della sua nascita sino alla raccolta, per proteggerlo dai violenti raggi del sole e dagli agenti atmosferici. Questa tecnica è descritta perfino da Plinio il Vecchio nei suoi scritti ed era in voga nell’antica Pompei. La coltivazione di questo carciofo è spesso a conduzione familiare, ricopre un arco temporale che va da marzo sino alla prima decade di giugno.

Nel periodo pasquale, questo carciofo assume delle fantastiche sfumature violaceo-rossastre e le brattee diventano particolarmente tenere. Con i piccoli capolini si producono meravigliosi sott'oli, mentre tutto il carciofo si presta per la preparazione di parmigiane, carpacci o per essere arrostito. Ha un legame forte con la tradizione della Pasqua, che normalmente coincide con il periodo centrale della produzione. In particolare, il carciofo arrostito sulla brace è il piatto simbolo del sabato santo e del lunedì di Pasquetta di tutte le famiglie del territorio. Si usa il carciofo intero, posto direttamente nella brace di una fornacella o camino. Quando è cotto (dopo circa mezz’ora), viene ripulito delle foglie bruciacchiate, condito con sale, pepe, prezzemolo, aglio fresco e olio, poi adagiato su una fetta di pane casereccio e consumato in abbinamento agli insaccati della tradizione contadina (in particolare dei Monti Lattari): salame, soppressata e salsiccia secca.

Le altre varietà campane

Il carciofo di Procida, la più piccola delle isole del Golfo di Napoli, è del tipo romanesco, con capolini primari globosi e grossi di colore verde chiaro e con capolini secondari di color viola e di dimensioni inferiori. La pianta è robusta ed è capace di produrre capolini anche del terzo, quarto e quinto ordine. La tradizione vuole che i capolini del secondo ordine, secondo una ricetta tradizionale, siano utilizzati per la preparazione di vasetti di sott'oli. I capolini vengono sbollentati in acqua, aceto di vino bianco e sale, e poi conditi con olio extravergine, aglio, origano e peperoncino.

Il Carciofo di Paestum, o “tondo di Paestum”, ha forma subsferica, aroma delicato e straordinarie proprietà nutrizionali. I capolini sono molto compatti, le spine sono assenti e la precocità della maturazione lo rendono unico, tanto da caratterizzare, con le enormi distese, il paesaggio della Piana del Sele. La maturazione precoce poi lo rende competitivo nei mercati ortofrutticoli, in quanto può esser venduto per primo, rispetto alle varietà romanesche. Ha proprietà benefiche e disintossicanti, dovute al suo contenuto in sali e vitamine. E’ tra gli ingredienti più usati nella cucina cilentana, lo si trova in delicate creme, ideale condimento per la pasta fatta a mano, sulle pizze e nei rustici.

A Pertosa, in provincia di Salerno, il carciofo in dialetto si chiama “carcioffola”. La produzione del carciofo bianco va da maggio a giugno, sino alla raccolta degli esemplari più piccoli, che vengono impiegati nella preparazione di conserve. Non ha spine, è rotondo e ha un colore particolarissimo, tendente all’argento, le infiorescenze sono forate al centro. La lavorazione è manuale e a conduzione familiare, in terreni di piccole dimensioni. Anticamente, le foglie di questo carciofo erano considerate merce di scambio, poiché si capì che potevano essere un ottimo integratore nella dieta delle mucche da latte. Quindi, gli orticoltori di Pertosa, in cambio di letame, usato come concime, le cedevano agli allevatori.

Intorno al 1840, nella cittadina di Pietrelcina, in provincia di Benevento, un prefetto originario di Bari introdusse la coltivazione del carciofo. Ancora oggi si richiede un lavoro umano notevole per la sua produzione, che in genere avviene in piccoli appezzamenti di terra. In estate si tagliano gli steli, in autunno c’è la cosiddetta “scarducciatura”, ossia l’eliminazione dei germogli superflui, che viene ripetuta anche in primavera, quando i cardi appena estirpati vengono adagiati sulle infiorescenze immature, per preservarle dal calore dei raggi solari. A maggio, ogni anno nel paese si celebra una tradizionale sagra.

Il nome Capuanella è un vezzeggiativo e deriva appunto dalla città di Capua, in provincia di Caserta, zona rinomata per la produzione di quest’ortaggio. Il carciofo Capuanella in genere si presenta di colore verde scuro, matura tra fine marzo ed inizio aprile ed è ricco di proprietà organolettiche. Appartenente alla famiglia dei carciofi romaneschi, ha foglie molto fitte e raccolte. E’ rinomato per esser tenero e per esser degustato arrostito, in occasione delle feste.

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Redazione Sarno 24 03/07/2026

Nocera Inferiore, WIP festeggia i suoi 12 anni con la speciale pizza "1916"
Dodici anni di passione, sacrifici, crescita e amore per l'arte della pizza. WIP Burger & Pizza celebra il suo 12° anniversario, un traguardo che racconta una storia fatta di impegno quotidiano, ricerca della qualità e profondo legame con le proprie radici. Per festeggiare questo importante compleanno, WIP ha scelto di ripercorrere il punto da cui tutto è iniziato. Prima dell'apertura del locale di Nocera Inferiore, Domenico Fortino e Lorenzo Oliva trascorrevano giornate a Napoli, nel quartiere Vomero, per apprendere i segreti dell'arte bianca nella storica pizzeria Gorizia. È proprio lì che ha preso forma un progetto imprenditoriale che, anno dopo anno, si è trasformato in una realtà apprezzata e riconosciuta. Alle spalle ci sono anni di sacrifici, studio e dedizione, che oggi si traducono in un percorso di successo, costruito con costanza e passione. Un cammino che WIP desidera condividere con tutti coloro che hanno contribuito a renderlo possibile. La serata celebrativa, in programma venerdì 3 luglio, sarà infatti dedicata anche al ringraziamento di chi, con il proprio esempio, la propria esperienza e la propria disponibilità ha lasciato un segno importante nella crescita professionale dei fondatori. Un pensiero speciale va a Salvatore Grasso, figura di riferimento in quel percorso di formazione che ha rappresentato l'inizio di questa avventura. Per l'occasione, il menù proporrà una speciale reinterpretazione estiva della celebre pizza "1916", tra le più iconiche della pizzeria Gorizia: una creazione con fior di latte, ricotta, Parmigiano Reggiano, fiori di zucca, salame dolce e Provolone del Monaco. Un omaggio autentico alle proprie origini, ai maestri che hanno trasmesso conoscenze e valori e a una tradizione che continua a ispirare il presente. Dodici anni rappresentano un punto di arrivo, ma soprattutto un nuovo punto di partenza. Con lo stesso entusiasmo del primo giorno, WIP Burger & Pizza guarda al futuro continuando a fare ciò che ama di più: raccontare una storia fatta di qualità, innovazione e tradizione, una pizza dopo l'altra.
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Annamaria Parlato 19/10/2024

Da Nuceria Paganorum all'araldica, la noce è alimento nobile nell'Agro
Nocera dei Pagani, o Nuceria Paganorum, era il nome di una civitas esistita tra il XVI secolo e il 1806, comprendente l'attuale territorio di cinque comuni: Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani, Sant'Egidio del Monte Albino e Corbara. Questo territorio faceva parte dell'antica Nuceria Alfaterna e in passato aveva dominato la piana del Sarno, arrivando fino a Stabia e Pompei. Il nome "Nocera dei Pagani" appare per la prima volta nel XVI secolo, legato alla famiglia Pagano, signori del borgo medievale di Cortimpiano (oggi Pagani). La crescente importanza della famiglia portò al cambiamento del nome da Nocera dei Cristiani a Nocera dei Pagani. La civitas di Nocera dei Pagani era divisa in due dipartimenti: Nocera Soprana, comprendente i casali che avrebbero dato origine a Nocera Inferiore e Nocera Superiore, e Nocera Sottana, composta dalle università di Sant'Egidio, Pagani e Corbara. Queste università (equivalenti ai Comuni odierni) godevano di autonomia politica ed economica, con sindaci, parlamenti e magistrati propri. Ogni anno, in agosto, gli abitanti maschi maggiorenni eleggevano in assemblea un sindaco e alcuni membri, equiparabili agli attuali assessori. Nocera Sottana, inoltre, eleggeva un sindaco universale che, insieme ai due sindaci universali di Nocera Soprana, formava un triumvirato responsabile delle questioni comuni alla confederazione. Ciascuna università possedeva un proprio demanio, costituito da case, terre e boschi, oltre a un demanio comune alla città, composto principalmente da selve che occupavano gran parte del territorio. Nelle selve il noce era la cultivar predominante assieme alla quercia, tanto da assumere una certa importanza sia nell’economia locale sia nella storia dei comuni, attraverso l’araldica. A Sant’Egidio del Monte Albino, a partire dal XVI secolo, avveniva l’elezione del Sindaco, dopo il saluto del rappresentante del Governatore della Città di Nocera, dinnanzi alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, col sistema delle fave e delle noci deposte in un sacchetto sul sagrato dell’Abbazia di Santa Maria Maddalena in Armillis. Lo stemma di Nocera dei Pagani ha una lunga e complessa storia legata all'evoluzione del territorio e delle sue comunità. Il simbolo principale è un albero di noce sradicato, che rappresenta un tipico esempio di "stemma parlante", dove l'elemento araldico richiama il nome del luogo o della famiglia, in questo caso il noce (latino: nux) e Nocera. Tuttavia, il nome Nocera ha un'etimologia diversa, legata probabilmente all'antico nome della città romana Nuceria Alfaterna. L'uso dello stemma con l'albero di noce risale ufficialmente al XVI secolo, ma la sua origine è più antica. Lo stemma, infatti, deriverebbe dal blasone della famiglia dei Conti di Nocera, un'importante casata locale nata dai Dauferidi nel XI secolo, che governava su vaste porzioni del territorio. La rappresentazione dell'albero di noce nello stemma divenne quindi il simbolo identificativo della città di Nocera dei Pagani. Esistono diverse versioni dello stemma, riportate da vari autori. Il De' Santi, nella sua opera "Memorie delle famiglie nocerine", descrive lo stemma originale come uno scudo dorato con un albero di noce al naturale. Tuttavia, una versione più diffusa vede lo stemma su fondo azzurro, con frutti d'oro pendenti dai rami. Un'altra versione dello stemma, riportata da Monsignor Lunadoro e dal Maruggi, raffigura una donna in abito purpureo che ferisce con un ferro un giovane addormentato in un letto, richiamando un racconto del greco Dositeo, riportato da Plutarco, sulle origini di Nocera. Questa versione è meno certa storicamente. Lo stemma di Nocera dei Pagani si è poi evoluto, dando origine agli stemmi attuali delle città nate dalla suddivisione di Nocera dei Pagani, tutti con l’albero del noce: Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani e Sant'Egidio. Rappresentazioni scultoree dello stemma con il noce si trovano in vari luoghi storici del territorio, tra cui edifici religiosi e civili a Nocera Inferiore, Nocera Superiore e Pagani, come la chiesa del Corpo di Cristo, il Convento di Santa Maria degli Angeli e il campanile del Convento di Sant'Antonio. Oggi la noce è un prodotto largamente diffuso sul territorio dell’Agro e la varietà utilizzata è quella Sorrento. Conosciuta per la qualità del suo frutto e per le sue eccellenti caratteristiche organolettiche, la Sorrento ha una lunga tradizione di coltivazione in Campania, tanto da essere diventata un simbolo dell'agricoltura locale. Ha una forma ovale allungata, con un guscio sottile ma resistente, che la rende facile da rompere. La dimensione è generalmente media, ma il frutto risulta di alta qualità. Il guscio è chiaro, liscio e uniforme, particolarmente apprezzato per la facilità con cui può essere aperto. Il gheriglio (la parte commestibile) è di colore chiaro, di forma regolare e si stacca facilmente dal guscio. Ha un sapore delicato, leggermente dolce e molto piacevole, ricco di oli essenziali che conferiscono un aroma caratteristico. Il gheriglio di questa varietà è particolarmente apprezzato perché si presenta integro dopo la rottura del guscio, una caratteristica importante per il consumo diretto e l’uso culinario. Questa varietà è molto apprezzata sia per il consumo diretto, sia nell’industria dolciaria e gastronomica. Le noci Sorrento vengono utilizzate nella preparazione di dolci tradizionali campani, come le torte di noci, ma anche in liquori e condimenti. Grazie al suo sapore delicato, la noce Sorrento si presta bene anche a essere abbinata a formaggi, insalate e piatti a base di carne. Le noci erano spesso consumate al naturale, sia fresche appena raccolte (periodo settembre-ottobre), sia dopo l’essiccazione. La noce fresca era più morbida e dal sapore delicato, mentre quella secca aveva una consistenza più croccante e poteva essere conservata per lunghi periodi, soprattutto durante i mesi invernali quando gli altri alimenti freschi scarseggiavano. La capacità di conservarsi a lungo le rendeva una risorsa importante nelle dispense delle famiglie. Le noci, oltre ad essere apprezzate per il loro valore alimentare, erano un tempo protagoniste di vari giochi tradizionali praticati dai bambini, soprattutto in contesti rurali. Il noce ha una presenza significativa nella letteratura e nella poesia di varie epoche, spesso simbolo di saggezza, fertilità, mistero e longevità. Esempio significativo le poesie di Giovanni Pascoli, incluse nella raccolta "Primi Poemetti", in cui il noce diventa simbolo di protezione familiare e rifugio sicuro sotto cui la vita continua il suo ciclo naturale. Le poesie riflettono il tema pascoliano della "memoria dell'infanzia" e del ritorno alle radici, dove il noce è testimone delle vicende umane e parte integrante di un paesaggio che è al tempo stesso fisico e interiore. Grazie alla sua figura imponente, il noce è stato associato anche a leggende e miti, in particolare quelli legati alla magia e alla stregoneria. Sempre in Campania, il celebre "Noce di Benevento" è un simbolo leggendario legato a storie di streghe e riti esoterici. Le streghe si radunavano, secondo la tradizione, sotto l'ombra di un grande noce per celebrare i loro sabba.
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Annamaria Parlato 23/10/2025

"Nounù" è il cuore gentile della cucina nocerina
C’è chi apre un ristorante per moda, chi per calcolo. E poi ci sono loro: Chiara, Tina e Giovanna Fiorentino, tre sorelle che hanno scelto di trasformare la passione per la cucina e l’accoglienza in un progetto autentico, radicato e luminoso. Così è nato Nounù, ristorante che riecheggia l’originario di Nocera Nuvkrinum Alafaternum, ma dallo spirito contemporaneo, ospitato in una struttura del XVII secolo dove archi e pietra viva dialogano con il verde delle piante e la luce calda delle lampade. In un angolo, un pianoforte attende le serate in cui la musica prende vita, guidata, quando può, proprio da Giovanna, la sorella più artistica del trio, che si occupa delle rassegne musicali e culturali del locale. La cucina è il regno di Chiara, giovane chef che ha scelto di raccontare il territorio con rispetto e delicatezza, senza appesantire ma nemmeno cedere alla moda del “senza gusto”. I suoi piatti sono leggeri e femminili nella mano, decisi nell’anima, frutto di un equilibrio costante tra tradizione e sensibilità moderna. In sala, Tina, sostenuta dalla madre Mena, accoglie con grazia e precisione, curando il servizio e la relazione con gli ospiti come si fa in casa, ma con la professionalità di chi conosce bene il mestiere dell’ospitalità. Il menù di Nounu è un percorso che si muove tra territorio, stagionalità e creatività, capace di evocare ricordi e sensazioni. Gli antipasti aprono la scena come piccoli prologhi di una storia di sapori ben calibrata: l’involtino di verza ripieno di patate e provola è un abbraccio morbido e rassicurante, dove la dolcezza del tubero incontra la nota affumicata del formaggio, mentre la verza dona una freschezza vegetale che pulisce il palato. Le polpette di macinato di salsiccia di maiale sprigionano il calore rustico della cucina di casa, con i loro profumi di pepe e finocchietto. La montanara pomodoro e basilico è un tuffo nella semplicità più pura, fragrante e morbida, e il mallone di cime di rapa, patate e cialda di pane croccante racconta il territorio con schiettezza contadina, bilanciando l’amaro delle rape con la dolcezza della patata e la nota croccante del pane. Tra i primi, il viaggio si fa più intimo e sensuale: i tortelli ripieni di genovese di maiale sono piccoli scrigni di profumo, dove la dolcezza delle cipolle cotte a lungo si sposa con la sapidità del burro salato e il profumo della salvia. Gli spaghettoni con alici, finocchietto, mandorle fritte e pomodorini confit sorprendono per la loro freschezza mediterranea: la sapidità marina delle alici si stempera nel profumo erbaceo del finocchietto selvatico, mentre le mandorle fritte donano croccantezza e i pomodorini confit chiudono il cerchio con la loro dolcezza. Il risotto all’uva, con uva in doppia consistenza, fiocchi di gorgonzola e noci, è un piatto emozionale e raffinato, in cui il frutto, ora fresco ora ridotto, incontra la cremosità del formaggio e il tocco croccante della frutta secca, in un equilibrio tra dolce e salato che sa di autunno. Non mancano i classici che fanno da ponte tra tradizione e comfort food: scarpariello, pasta e patate con provola, fusilloni al pesto rosso di pomodori secchi e mandorle; piatti sinceri, rassicuranti, che rivelano la mano di Chiara anche nella semplicità. Tra i secondi, il filetto di lampuga su specchio di patate e cipolla di Tropea in agrodolce è un colpo di classe: la carne soda e succosa del pesce incontra la dolcezza della cipolla e la morbidezza del purè, in un boccone che resta impresso per equilibrio e armonia. I dessert chiudono il percorso con grazia e golosità: le frittelle calde di mele anche alla farina di canapa, spolverate di zucchero e cannella, profumano di festa e d’infanzia; il crumble alle nocciole con mousse di ricotta e pere caramellate è una carezza elegante, dove la frutta incontra la cremosità della ricotta e la croccantezza del crumble, in un gioco perfetto di temperature e consistenze. Nounù però non è solo una meta serale. A pranzo propone un light lunch di altissima qualità, pensato per chi desidera una pausa veloce ma curata, con piatti espressi e ingredienti di prima scelta. E poi c’è il “Paninounù”, giovedì dei panini, un’idea divertente e golosa: nei panini ci sono gli stessi piatti del menù, reinterpretati in chiave street food-gourmet. Come quello con polpette, fonduta di caciocavallo, scamorza, crema di cipollotto nocerino e misticanza, un concentrato di gusto e comfort, o quello con bocconcini di pollo croccanti, scamorza, crema di avocado e carote croccanti, che gioca tra freschezza e consistenza con grande equilibrio. Nonostante la posizione un po’ defilata, lontana dalle rotte più battute, Nounù è un piccolo gioiello di autenticità e determinazione, dove la passione supera la logica e la qualità parla da sé. Le sorelle Fiorentino hanno costruito qualcosa che va oltre: questo è un luogo dell’anima, dove la tradizione di Nocera Superiore incontra il futuro con dolce fermezza, e dove ogni piatto racconta - con la voce lieve ma sicura di Chiara - una storia al femminile intrisa di territorio, passione e verità.
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